Conferenza n.22 del 16 novembre 2007
Argomento: Liturgia
RIASSUNTO Messa in latino? Sì, grazie!
MESSA IN LATINO? SÌ, GRAZIE!
Il Centro Culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese ha avuto il piacere di ospitare venerdì 16 novembre don Claudio Crescimanno, della diocesi di San Marino – Montefeltro, esperto di liturgia e collaboratore del mensile Il Timone. L'occasione è stata offerta da un incontro, al quale hanno partecipato un centinaio di persone, dal titolo "Messa in Latino? Sì, grazie!" che ha svelato il vero valore del Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI che ha restituito piena dignità alla Messa in rito romano antico.
La coraggiosa decisione di Papa Benedetto XVI ha riportato all'attenzione della Chiesa il valore delle forme liturgiche tradizionali. Don Claudio ha sottolineato che i valori contenuti nella liturgia tradizionale sono sostanzialmente tre: 1) la millenaria bellezza e solennità di questa liturgia; 2) l'orientazione comune del celebrante e dei fedeli; 3) il valore della lingua latina. Vediamoli uno per uno.
1) LA MILLENARIA BELLEZZA E SOLENNITÀ DI QUESTA LITURGIA
La struttura essenziale della Messa romana si è andata formando nei tempi dei Papi Damaso (366-384) e Gelasio (492-494) e ha ricevuto il suo assetto definitivo con l'opera di San Gregorio Magno (590-604): con il VII secolo può, dunque, considerarsi costituita, anche se, quale organismo vivente, continuerà a crescere ininterrottamente nei secoli seguenti.
La struttura fondamentale di questa liturgia è così composta:
– la processione dei ministri dalla sacristia al presbiterio durante il canto dell'Introito;
– di seguito, quando il celebrante ha raggiunto la sua sede, il canto del Kyrie e del Gloria, e poi il saluto liturgico e la Colletta, cioè l'orazione che chiude i riti di ingresso e apre la liturgia della Parola;
– quindi la lettura apostolica, i canti interlezionari e il brano evangelico con l'omelia;
– la processione offertoriale accompagnata dal canto e concluso dalla sua orazione;
– il Prefazio concluso dal canto del Sanctus e seguito dalla solenne preghiera eucaristica, il Canone romano;
– poi il Padre nostro e i riti di Comunione con i loro canti;
– infine il saluto liturgico, l'orazione finale, il congedo proclamato dal diacono e la processione di uscita, durante la quale il celebrante benedice i circostanti.
Dal VII secolo questa liturgia si espande con rapidità anche fuori dalla città di Roma: infatti, come ha scritto Papa Benedetto XVI nel recente Motu proprio, san Gregorio Magno «si adoperò perché ai nuovi popoli dell'Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra liturgia… nel modo in cui si celebrava nell'Urbe».
La grandiosità allo stesso tempo solenne e sobria della Messa romana, in cui splende inequivocabilmente la fede della Chiesa antica, nasce da una concezione cosmica del culto divino: «Nell'ora del Sacrificio, alla voce del sacerdote, si aprono i Cieli… e anche i cori degli angeli partecipano a questo mistero… poiché l'Alto e il basso si congiungono, il Cielo e la terra si uniscono, il visibile e l'Invisibile diventano una cosa sola» (San Gregorio Magno, Dialoghi, IV, 58, 2).
A partire dalla struttura essenziale di canti, letture e preghiere dell'antica Messa romana che abbiamo descritto, si è sviluppata la celebrazione medievale, nell'incontro con gli usi liturgici dei Franchi e dei Germani. Tale incontro, però, non ha cambiato la struttura della Messa, ma l'ha solo integrata, in un modo assolutamente rispettoso della sua fisionomia: infatti, conservando il medesimo impianto, alle parti in canto dell'Introito, dell'Offertorio e della Comunione si sono sovrapposti, per i soli ministri, nuovi gesti e preghiere (recitate sottovoce). In questo modo il rito si è conservato integro nella sua struttura e nello stesso tempo si è arricchito nel suo svolgimento.
Questo processo ha ricevuto la sua codificazione all'inizio dell'età moderna, con la pubblicazione del messale post-tridentino ad opera di san Pio V, nel quale risplendono tutti i valori ereditati dalla tradizione precedente e contemporaneamente espressivi dello spirito della Controriforma: l'esaltazione della dimensione sacrificale della Messa, quindi del dogma della transustanziazione e della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, e di conseguenza della sacralità del sacerdote quale ministro di Dio e mediatore del culto. Così la celebrazione diviene il trionfo della fede nella vera Chiesa, in opposizione al protestantesimo: i ministri, rivestiti di splendidi paramenti e inseriti in una cornice architettonica sfarzosa (il barocco), vengono trasfigurati in un'aura di sacralità, e realizzano in una lingua misteriosa un rito splendido e complesso, reso ancor più grandioso dalla musica polifonica. I fedeli non vengono incoraggiati a vivere in unione ai ministri le azioni della liturgia, ma piuttosto a lasciarsi "impressionare" da questo dramma sacro e solenne, così da sentirsi confermati e nutriti nella fede e sollecitati alla devozione, soprattutto la devozione ai misteri della salvezza, che essi meditano con la recita del rosario mariano.
Questa liturgia, frutto di quindici secoli di evoluzione nella continuità, resta in vigore, con qualche adattamento ma senza sostanziali modifiche, sino al 1969 e, grazie a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, può essere celebrata anche oggi.
2) L'ORIENTAZIONE COMUNE DEL CELEBRANTE E DEI FEDELI
Anche se non è prerogativa esclusiva dell'antica liturgia, possiamo dire che vi è abitualmente associata: il celebrante e i ministri si collocano sul lato anteriore dell'altare, così da rivolgersi nella stessa direzione dei fedeli e non verso di essi.
È la forma in cui hanno celebrato la liturgia tutti i cristiani d'Oriente e d'Occidente sin dai primi secoli; è la forma in cui la celebrano a tutt'oggi la gran parte dei nostri fratelli orientali.
Non si tratta, come spesso si sente dire, del fatto che il sacerdote "volta le spalle" ai fedeli, ma del fatto che entrambi sono "rivolti al Signore". Questa posizione conferisce verticalità e senso della trascendenza a tutta la celebrazione e le impedisce di scadere in un pericoloso orizzontalismo.
Questo significa guardare al sole che nasce, simbolo della creazione e della risurrezione; significa attesa del ritorno glorioso di Cristo, di cui la liturgia è annuncio e pregustazione; significa camminare, come singoli e come Chiesa, incontro al Signore; significa presentare a Lui i propri doni e la propria vita; significa uscire dal cerchio sociologico di una comunità chiusa per volgersi tutti insieme a Colui che ci chiama e ci attira; significa guardare verso Colui che adoriamo, lodiamo, ringraziamo, supplichiamo, e al quale offriamo come culto spirituale l'immolazione di Cristo e noi stessi insieme con Lui.
È un elemento «essenziale, il comune orientamento verso est durante la preghiera eucaristica. Qui non si tratta di qualcosa di casuale, ma dell'essenziale. Non è importante lo sguardo rivolto al sacerdote, ma la comune adorazione, l'andare incontro a Colui che viene… Si tratta della riscoperta dell'essenziale, in cui la liturgia cristiana esprime il suo orientamento permanente… O forse oggi siamo davvero chiusi senza speranza nel nostro cerchio? O non è forse proprio oggi importante pregare insieme con tutta la creazione? Non è forse proprio oggi importante dare spazio alla dimensione del futuro, della speranza nel Signore che tornerà?» (Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, pp. 75-78).
3) IL VALORE DELLA LINGUA LATINA
Anche in questo caso non si tratta di un'esclusiva, poiché anche la Messa rinnovata si può celebrare in latino, come abbiamo visto tante volte in san Pietro; ma certo lo si associa in modo particolare alla liturgia tradizionale, tanto che questa viene sbrigativamente chiamata proprio "la Messa in latino". E in realtà l'abbandono della Messa tradizionale ha comportato la pressoché totale scomparsa nella liturgia anche di questa lingua; ma questo è uno di quei "casi" di quella sfasatura – purtroppo frequente in questi anni – tra il dettato del Concilio, la struttura autentica della Chiesa e del suo culto, le vere esigenze pastorali della nostra epoca, e le risposte concrete di certi settori clericali. Eppure la lingua liturgica non è affatto un aspetto secondario, come aveva detto l'allora card. Ratzinger a Vittorio Messori che lo intervistava (Rapporto sulla fede, Paoline, 1985, p. 127). Infatti, il latino ha incarnato la preghiera della Chiesa occidentale per oltre mille e seicento anni, veicolo e garante di una triplice unità:
a) UNITÀ NELLA FEDE: perché fissa e dà stabilità immutabile alle formule dottrinali di cui è intrisa la liturgia; al contrario, le lingue parlate sono in continua trasformazione, quindi richiedono anche per la liturgia periodici aggiornamenti, favorendo una certa instabilità;
b) UNITÀ NEL TEMPO: perché ci lega a tutti i fratelli nella fede che ci hanno preceduto in quasi duemila anni: per chi comprende l'inestimabile valore della tradizione, non può essere un fatto trascurabile il sapere di poter pregare con le stesse formule e con gli stessi canti con cui hanno pregato i cristiani dei primi secoli, i Padri della Chiesa, i popoli della cristianità medievale, i fedeli dell'epoca moderna, e segnatamente i Martiri e i Santi di tutti i tempi, sino ai nostri nonni, cioè ai credenti dell'ultima generazione che ci ha preceduto;
c) UNITÀ NELLO SPAZIO: perché permette a tutti i cattolici di ogni paese e continente di unirsi in una sola voce, raccolti presso l'altare, a qualunque latitudine esso si trovi; in questo modo è la Chiesa universale che prega per bocca dei suoi figli senza distinzione di razza e cultura; la medesima preghiera che si innalza da tutti i popoli, celebrando il medesimo Sacrificio nella stessa lingua, rinnovando il prodigio della prima Pentecoste. Questo risulterebbe particolarmente importante proprio nel nostro tempo, epoca di grandi migrazioni e quindi di pluralità culturale e linguistica all'interno di una stessa società: come sarebbe bello se i cattolici provenienti dall'Africa, o dall'Asia, o dall'America, potessero partecipare alla Messa in una qualunque delle nostre chiese, insieme ai loro fratelli italiani, ritrovando in essa la medesima liturgia, con gli stessi canti e le stesse preghiere della loro patria. Questo è ciò che è avvenuto tra il XIX e il XX secolo ai nostri emigranti, partiti per il nord Europa o per l'America: si sentivano stranieri in tutto eccetto che in chiesa, perché là trovavano la stessa Messa, con gli stessi riti e le stesse millenarie parole, uguale a quella del paese appena lasciato.
Insieme a questi straordinari vantaggi, di grande attualità, occorre riconoscere che la lingua latina può costituire anche un ostacolo non piccolo per la necessaria comprensione di quella parte della liturgia nella quale il Signore ammaestra i suoi discepoli: la lettura delle Sacre Scritture. È dunque necessario, e la Summorum Pontificum lo prevede, che la liturgia della Parola si svolga nella lingua parlata, mentre la liturgia eucaristica conserva, nella lingua latina, le sue caratteristiche di universalità e sacralità immutabile.
BENEDETTO XVI Presentazione del Motu proprio
PRESENTAZIONE DEL MOTU PROPRIO
Testo integrale della lettera del 7 luglio 2007 di Sua Santità Benedetto XVI ai vescovi di tutto il mondo che accompagna il Motu proprio sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970:
Cari fratelli nell'episcopato,
con grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di pastori il testo di una nuova Lettera apostolica «Motu proprio data» sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera.
Notizie e giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un'accettazione gioiosa ad un'opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto. A questo documento si opponevano più direttamente due timori, che vorrei affrontare un po' più da vicino in questa lettera.
In primo luogo, c'è il timore che qui venga intaccata l'autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato. Al riguardo bisogna innanzitutto dire che il Messale, pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due ulteriori edizioni da Giovanni Paolo II, ovviamente è e rimane la forma normale – la forma ordinaria – della liturgia eucaristica. L'ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l'autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma extraordinaria della celebrazione liturgica. Non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero «due Riti». Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell'unico e medesimo Rito.
Quanto all'uso del Messale del 1962, come forma extraordinaria della liturgia della Messa, vorrei attirare l'attenzione sul fatto che questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso. Al momento dell'introduzione del nuovo Messale, non è sembrato necessario di emanare norme proprie per l'uso possibile del Messale anteriore. Probabilmente si è supposto che si sarebbe trattato di pochi casi singoli che si sarebbero risolti, caso per caso, sul posto. Dopo, però, si è presto dimostrato che non pochi rimanevano fortemente legati a questo uso del Rito romano che, fin dall'infanzia, era per loro diventato familiare. Ciò avvenne, innanzitutto, nei paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica e una profonda, intima familiarità con la forma anteriore della celebrazione liturgica. Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall'arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un'autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch'io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.
Papa Giovanni Paolo II si vide, perciò, obbligato a dare, con il Motu proprio «Ecclesia Dei» del 2 luglio 1988, un quadro normativo per l'uso del Messale del 1962, che però non conteneva prescrizioni dettagliate, ma faceva appello, in modo più generale, alla generosità dei vescovi verso le «giuste aspirazioni» di quei fedeli che richiedevano quest'uso del Rito romano. In quel momento il Papa voleva, così, aiutare soprattutto la Fraternità San Pio X a ritrovare la piena unità con il successore di Pietro, cercando di guarire una ferita sentita sempre più dolorosamente. Purtroppo questa riconciliazione finora non è riuscita; tuttavia una serie di comunità hanno utilizzato con gratitudine le possibilità di questo Motu proprio. Difficile è rimasta, invece, la questione dell'uso del Messale del 1962 al di fuori di questi gruppi, per i quali mancavano precise norme giuridiche, anzitutto perché spesso i vescovi, in questi casi, temevano che l'autorità del Concilio fosse messa in dubbio. Subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell'uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il mistero della santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu proprio del 1988, non era prevedibile; queste norme intendono anche liberare i vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni.
In secondo luogo, nelle discussioni sull'atteso Motu proprio, venne espresso il timore che una più ampia possibilità dell'uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali. Anche questo timore non mi sembra realmente fondato. L'uso del Messale antico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l'una che l'altra non si trovano tanto di frequente. Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli.
È vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all'attitudine di fedeli legati all'antica tradizione liturgica latina. La vostra carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un perfezionamento. Del resto le due forme dell'uso del Rito romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La commissione «Ecclesia Dei» in contatto con i diversi enti dedicati all'usus antiquior studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale.
Sono giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l'impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l'unità; si ha l'impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell'unità, sia reso possibile di restare in quest'unità o di ritrovarla nuovamente. Mi viene in mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive: «La nostra bocca vi ha parlato francamente, corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!» (2 Cor 6,11-13). Paolo lo dice certo in un altro contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi, proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio. Non c'è nessuna contraddizione tra l'una e l'altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle comunità aderenti all'uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo Rito l'esclusione totale dello stesso.
In conclusione, cari confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 22).
Nulla si toglie quindi all'autorità del vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l'ordinario locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu proprio.
Inoltre, vi invito, cari confratelli, a scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l'entrata in vigore di questo Motu proprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio.
Cari fratelli, con animo grato e fiducioso, affido al vostro cuore di Pastori queste pagine e le norme del Motu proprio. Siamo sempre memori delle parole dell'apostolo Paolo dirette ai presbiteri di Efeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (Atti 20,28).
Affido alla potente intercessione di Maria, Madre della Chiesa, queste nuove norme e di cuore imparto la mia benedizione apostolica a voi, cari confratelli, ai parroci delle vostre diocesi, e a tutti i sacerdoti, vostri collaboratori, come anche a tutti i vostri fedeli.
Papa Benedetto XVI
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Conferenza n.78 del 13 gennaio 2017Argomento: LibriLE AVVENTURE DI UN UOMO VIVO Giornalista e scrittore inglese con uno spiccato spirito apologetico e grande capacità di leggere profeticamente la realtà Venerdì 13 gennaio il Centro Culturale "Amici del Timone"...