Conferenza n.20 del 18 maggio 2007
Argomento: Eutanasia
RIASSUNTO Eutanasia e testamento biologico
EUTANASIA: LA DOLCE MORTE
Venerdì 18 maggio il Centro Culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese ha ospitato per la seconda volta il professor Mario Palmaro, docente di Filosofia del Diritto presso l'Università Europea di Roma e docente di Bioetica all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorom. Fa parte inoltre della redazione del Timone.
I giornali e le televisioni si sono a lungo occupate di Piergiorgio Welby (malato di distrofia muscolare progressiva), Co-Presidente dell'Associazione Luca Concioni, che ha chiesto di porre fine alla sua vita con quello che ha definito un "diritto all'eutanasia". Le persone si sono chieste se abbia senso vivere in quelle condizioni. A molti è sembrato forse meglio morire che vivere in uno stato vegetativo persistente. Il prof. Palmaro ha iniziato dicendo che queste domande dimostrano che il problema, nel dibattito sull'eutanasia, nasce da una domanda sbagliata. La questione non è: è meglio stare bene o stare male? Essere sani o precipitare nel coma? Perché è ovvio che, messe le cose in questi termini, chiunque risponderà: molto meglio vivere nella pienezza delle proprie facoltà e funzioni. Ci mancherebbe. La vera domanda è un'altra: che cosa è lecito fare all'uomo di fronte a una malattia grave, a una menomazione, a un handicap, e a qualsiasi situazione di grave compromissione della salute? Si può uccidere per pietà? Questa è la domanda giusta. E la risposta è che non si può uccidere mai una persona innocente, nemmeno se lei stessa lo desidera. Non c'è ragione al mondo che renda buona un'azione simile. Questo giudizio non vale solo per i cristiani, ma è un elemento fondamentale della nostra civiltà giuridica, quindi vale sia per i credenti che per i non credenti. Gli esperti la chiamano "indisponibilità della vita", e sta a indicare che non si può disporre a piacimento della vita dell'uomo. Non solo di quella altrui, ma perfino della propria.
Pensiamo al suicidio. È un atto illecito, anche se l'ordinamento non lo punisce per ovvie ragioni. Togliersi la vita è un atto grave non solo sul piano morale, ma anche nella prospettiva giuridica. Infatti, la nostra vita è immersa in una rete di relazioni, e non possiamo dire che ucciderci è una faccenda che riguarda soltanto noi. Inoltre, togliersi la vita è un atto che comporta la negazione dell'essere. È l'affermazione che è meglio non vivere piuttosto che vivere. Imboccare questa strada significa contraddire un principio elementare dell'esistenza, secondo il quale tutto nell'uomo chiama alla vita, e normalmente si fa di tutto per salvare una vita, entro i limiti del lecito.
Del resto, bisogna chiedersi: perché allora esiste nel codice penale di molti Stati il reato di "istigazione al suicidio"? Se il suicidio fosse un atto perfettamente lecito, consigliare qualcuno e perfino aiutarlo non sarebbe un male. Non esiste il reato di "istigazione a pagare le tasse". Dunque, ammazzarsi non è una faccenda privata.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che bisogna rispettare la libertà dell'individuo. Ma poniamo il caso di un uomo che sta per suicidarsi buttandosi da un ponte. Intorno a lui poliziotti, infermieri, semplici cittadini tentano in tutti i modi di impedirglielo. E, se riescono, lo bloccano con la forza, contro la sua volontà. Perché lo fanno? Non dovrebbero rispettare la libera volontà di quell'uomo? Potrebbero per esempio verificare se ha dei buoni motivi per buttarsi giù. Potrebbero fargli firmare un modulo di consenso informato per "sgravarsi" da qualsiasi responsabilità. Perché non fanno nulla di tutto questo? È semplice: perché la vita è giuridicamente percepita come un valore intangibile, e la società tenta di impedire perfino il suicidio. Detto tutto questo, chiariamo un fatto: fra eutanasia e suicidio c'è una differenza molto importante, decisiva.
Nel suicidio chi si uccide fa da sé. Dunque, non viene coinvolta una volontà terza. Invece, nell'atto eutanasico occorre necessariamente che una persona diversa dal sofferente (può trattarsi del medico, dell'infermiere, di un funzionario incaricato dallo Stato, di un parente, di un coniuge) compia uno o più atti idonei a provocare la morte di altro da sé. Sul piano giuridico c'è un salto di qualità drammatico, enorme: perché per legalizzare l'eutanasia, in qualsiasi forma, occorre autorizzare qualcuno a togliere la vita ad un altro uomo innocente, cioè che non voglia nuocere alla vita o all'incolumità di qualcuno.
Alcuni sostenitori estremi dell'eutanasia affermano che uccidere anche un innocente può essere considerato un reato soltanto quando la vita di quell'innocente sia degna di essere vissuta… Non si tratta di un'idea nuova. A Sparta si gettavano i bambini deformi dal Taigeto; nell'antica Roma dalla rupe Tarpea. In tempi molto più recenti, l'idea che l'uomo possa essere eliminato quando è anormale, ritenuto infelice, indegno di continuare a esistere, è stata riproposta con forza dal nazismo. Nel 1939 Adolf Hitler mise in piedi, con la collaborazione del suo medico personale, il dottor Karl Brand, una organizzazione che fosse in grado di eliminare in segreto una serie di tedeschi di pura razza ariana, con problemi. Qui dunque il razzismo non centra nulla. Il discrimine è "la qualità della vita": un neonato con gravi deformità, un bambino con problemi di salute, un malato di mente, un mutilato reduce della prima guerra mondiale. Per tutti costoro Hitler e i medici di sua fiducia avevano preparato un piano, denominato "Operazione T4", per ucciderli senza conseguenze giudiziarie.
Ovviamente oggi i fautori dell'eutanasia non sono dei nazisti, e anzi sono spesso dei convinti antifascisti. Ma l'esperienza ci insegna che per avere idee naziste non è necessario essere dei nazisti. Nel 1935, dunque qualche anno prima dell'iniziativa sciagurata di Hitler, in Gran Bretagna viene fondata la "British Euthanasia Society". La promuovono alcuni intellettuali liberali che però avevano un tragico punto in comune con la follia nazista: ergersi a padroni della vita, e a giudici della qualità di vita.
Certamente nella Germania di Hitler la gente veniva uccisa senza il proprio consenso, o addirittura contro la volontà delle vittime. Ma dobbiamo riconoscere che le ragioni di principio che muovevano Hitler erano simili a quelle dei moderni fautori dell'eutanasia. Infatti, il percorso logico è il seguente:
1) ci sono persone che, secondo un nuovo criterio di vita umana, conducono un'esistenza priva di significato;
2) riteniamo che queste vite siano fonte di sofferenza per chi le conduce e per chi sta vicino a queste persone;
3) non abbiamo alcun sentimento di odio nei confronti di questi sofferenti, anzi li consideriamo meritevoli di stima;
4) non per odio ma per amore, per compassione vogliamo che queste persone siano finalmente liberate dal giogo di una vita biologica assurda;
5) per fare questo, lo Stato deve organizzarsi e garantire una via di uscita indolore.
Fin qui, il punto di vista di Hitler, dei suoi giuristi, e dei medici che lo fiancheggiarono, e il punto di vista dei liberal radicali moderni non diverge affatto. Le due strade si separano quando tirano in campo la questione della richiesta del paziente. Ma la divergenza è solo apparente.
Innanzitutto, ci sono esempi recenti come il caso dell'Olanda, dove si è scoperto che ogni anno vengono "terminati" dei pazienti per i quali non vi è traccia del modulo di richiesta. E nessuno di loro, ovviamente, è tornato per lamentarsi del trattamento ricevuto. In secondo luogo, c'è il problema della definizione di questo consenso… scritto, orale, in preda al dolore, precedente, riferito da un parente. In terzo luogo, c'è il problema di tutti quei pazienti che non potranno più, o non potranno mai, a causa della loro patologia, esprimere una qualsiasi richiesta. Pensiamo a un handicappato grave fin dalla nascita; a un neonato; a un pazzo; a un comatoso che non abbia mai detto o scritto nulla sul tema. Cosa faremo? Una volta accolto il principio dell'eutanasia per non far soffrire chi la chiede, come potremo negarla ad esempio a un bambino?
In definitiva la richiesta libera del paziente è solo apparentemente il fondamento dell'eutanasia. Infatti, o si decide che qualsiasi richiesta di eutanasia deve essere assecondata, e in tal caso anche una persona sana avrebbe diritto a ottenerla, ma si coglie subito l'esito paradossale di una simile soluzione, oppure lo Stato elabora dei criteri in base ai quali si può ottenere la morte pietosa. Ma così facendo, si noterà che il vero discrimine è rappresentato da un giudizio sulla qualità della vita, operato dalle strutture dello Stato. Dunque, il fondamento dell'eutanasia è sempre e comunque un giudizio esterno al malato, sul fatto che quella sia una vita che merita o non merita di essere vissuta. Chi o che cosa traccerà l'esile linea di demarcazione fra un paziente che merita di essere terminato e un altro che non lo merita? I politici? I medici? I giudici? Lo Stato?
In conclusione il prof. Palmaro ha affermato che il dolore si combatte con il sostegno umano, la carità e i farmaci, non con l'eutanasia. Del resto possiamo ricordare quanto ha detto il filosofo e scrittore Paul Claudel agli universitari di Parigi: "Io sono un rudere d'uomo, non so parlare più, non ci vedo più, non ci sento più, non cammino più. Però, nonostante la paralisi, riesco ancora a fare una cosa che mi dà l'idea di essere uomo: riesco ancora a mettermi in ginocchio".
COMUNICATO In ricordo di Mario Palmaro
Il 9 marzo 2014 l'amico Mario Palmaro si è addormentato in attesa della risurrezione. Ci stringiamo in preghiera accanto alla moglie Anna Maria e ai figli: Giacomo, Giuseppe, Giovanna e Benedetto. Una delegazione degli "Amici del Timone" di Staggia Senese è stata presente al funerale a Monza.
Mario Palmaro ha fatto ben otto conferenze nel nostro centro culturale. Per questo e per l'amicizia che ci ha sempre dimostrato gli saremo eternamente grati.
Gli siamo grati anche per la telefonata che ha voluto fare a don Stefano dieci giorni prima di morire. Lo reputiamo un grande, ultimo, gesto di amicizia.
RIFLESSIONI DI MARIO PALMARO SULLA SUA MALATTIA
"La prima cosa che sconvolge della malattia è che essa si abbatte su di noi senza alcun preavviso e in un tempo che noi non decidiamo. Siamo alla mercé degli avvenimenti, e non possiamo che accettarli. La malattia grave obbliga a rendersi conto che siamo davvero mortali; anche se la morte è la cosa più certa del mondo, l’uomo moderno è portato a vivere come se non dovesse morire mai.
Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il Crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa. Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.
D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età.
Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia. Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello".
Mario Palmaro
27 ottobre 2013
NOI CONTINUEREMO LA BATTAGLIA
Sì, caro Mario, noi raccogliamo le tue aspirazioni e continueremo le tue battaglie in modo da poter dire con San Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede" (2 Tm 4,7).
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