GIORNO DEL TIMONE DELLA TOSCANA

A Staggia Senese dal 2009 al 2019 (11 edizioni)

Il Giorno del Timone della Toscana è stato organizzato dai centri culturali amici del Timone della Toscana in collaborazione con il mensile Il Timone dal 2009 al 2019 a Staggia Senese.
Dal 2024 la giornata ha assunto il nome di "Giornata della Bussola" ed è organizzata in collaborazione con La Bussola Quotidiana che dal 2023 è diventata anche un mensile in forma cartacea.
Per informazioni sulla prossima Giornata della Bussola, clicca qui!


Foto di un precedente Giorno del Timone della Toscana a Staggia Senese

1° GIORNO DEL TIMONE (2009)
Rino Cammilleri – Tutte le bugie su Galileo >>> clicca qui
Claudia Koll – Testimonianza >>> clicca qui

2° GIORNO DEL TIMONE (2010)
Massimo Introvigne – La battaglia apologetica >>> clicca qui
Antonino Zichichi – Scienza e fede amiche >>> clicca qui

3° GIORNO DEL TIMONE (2011)
Andrea Tornielli – La storicità dei vangeli >>> clicca qui
Vittorio Messori – Amare Maria e la Chiesa >>> clicca qui

4° GIORNO DEL TIMONE (2012)
Roberto De Mattei – Evoluzionismo fallito >>> clicca qui
Antonio Socci – La Chiesa annuncia la verità >>> clicca qui

5° GIORNO DEL TIMONE (2013)
Francesco Agnoli – Scienziati, dunque credenti >>> clicca qui
Luigi Negri – Principi non negoziabili >>> clicca qui

6° GIORNO DEL TIMONE (2014)
Emanuela Marinelli – La Sacra Sindone >>> clicca qui
Riccardo Cascioli – I cattolici e la sfida di internet >>> clicca qui

7° GIORNO DEL TIMONE (2015)
Andrea Zambrano – Beato Rolando Rivi >>> clicca qui
Card. Raymond Leo Burke – L'uomo non separi ciò che Dio unisce >>> clicca qui

8° GIORNO DEL TIMONE (2016)
Tommaso Scandroglio – Le patologie del matrimonio >>> clicca qui
Costanza Miriano – Le gioie del matrimonio >>> clicca qui

9° GIORNO DEL TIMONE (2017)
Gianpaolo Barra – La vera Chiesa è cattolica >>> clicca qui
Card. Gerhard Müller – La Chiesa, segno di speranza >>> clicca qui

10° GIORNO DEL TIMONE (2018)
Padre Christopher Zielinski – L'opzione Benedetto >>> clicca qui
Benedetta Frigerio – L'avventura di Alfie >>> clicca qui
Silvana De Mari – La battaglia per la verità >>> clicca qui

11° GIORNO DEL TIMONE (2019)
Federico Catani – La Santa Casa di Loreto >>> clicca qui
Don Fortunato Di Noto e Tommaso Scandroglio – La lotta alla pedofilia >>> clicca qui

PREMIO "VIVA MARIA"

Dedicato al movimento di liberazione della Toscana

Il Premio "Viva Maria" è dedicato alla Vergine del Conforto che è conservata ad Arezzo. Quando la Toscana fu conquistata da Napoleone, i Toscani reagirono al grido di Viva Maria! e, a partire da Arezzo, liberarono tutta la nostra regione dall'invasore francese.

Il Premio "Viva Maria" viene consegnato dal direttore del Timone alla presenza di circa seicento persone durante l'annuale Giorno del Timone della Toscana. Ecco i premiati:
2009 Claudia Koll
2010 Antonino Zichichi
2011 Vittorio Messori
2012 Antonio Socci
2013 Mons. Luigi Negri
2014 Sito della Bussola Quotidiana
2015 Card. Leo Burke
2016 Costanza Miriano
2017 Card. Gerhard Müller
2018 Silvana De Mari
2019 Don Ferdinando Di Noto (Associazione Meter)

 

Polemica scorretta

Non è stato il movimento "Viva Maria!" a uccidere i tredici ebrei a Siena nel 1799!
Per saperne di più, clicca qui!


I documenti smascherano le letture politiche e ideologiche

E' scorretto citare documenti del 1800 non più riferibili al Viva Maria

Non mi voglio far coinvolgere più oltre in una polemica senza sbocchi e con nessuna possibilità di convergenza delle opposte tesi sul Viva Maria e sui fatti di Siena. Anche perché vedo come non si risponda all'oggettività dei documenti, ma si perpetuino le medesime tesi ormai sorpassate.
Volenti o nolenti, i fatti del Viva Maria si possono configurare come una vera guerra civile. C'è un esercito invasore (quello francese, la Legione Polacca del Dabrowski il 15 maggio era già a Firenze e nei giorni seguenti si portò nella Pianura Padana); un esercito violento e rapinatore, che in più parti d'Italia (e d'Europa: ricordate "Le fucilazioni del 3 maggio" del Goya?) portò alla sollevazione le popolazioni. Ci sono dei "collaborazionisti", che attendevano da tempo quella venuta dei francesi. Ci sono gli insorgenti che vedono negli invasori e nei loro collaboratori dei nemici. Da qui le rappresaglie violente di cui tutti sappiamo. Nel 1799 subirono le rappresaglie i filo francesi, nell'ottobre del 1800 le truppe francesi – tornate ad Arezzo – violentarono, percossero ed uccisero senza pietà: 36 morti, tra cui Maddalena Bichi di 3 anni.
Ma a Siena ci fu qualcosa di più e di diverso. Qui oltre alle violenze contro i filo francesi, ci fu l'assalto al Ghetto con 13 ebrei uccisi, portato in massima parte dalla teppaglia senese. E bisognerà pure ricercarne i motivi. Tenendo ben presente sia le accuse dei Massari della Nazione Ebrea senese alla Città ("perpetua macchia indelebile alla Città di Siena"), sia l'opera degli ufficiali delle bande del Viva Maria, nel cacciare dal Ghetto gli assalitori, nel tutelarne gli accessi con sentinelle, nel far sprangare le botteghe violate e nel far restituire quello che possono recuperare ai saccheggiatori.
E invece si "risuona" lo stesso disco. Interviene Laura Vigni (esponente della lista Sinistra per Siena) e auspica una lettura "senza condizionamenti ideologici" per i fatti del 1799. Salvo esporre una serie di valutazioni "ideologiche", senza sufficienti supporti storici. Parla di revisionismo e "furia revisionista", mentre nel mio libro e nei miei interventi ho citato testimonianze e documenti veri ed autentici, spesso inediti, e quindi si tratta di ricostruzioni di fatti, non di revisione di giudizi. Cita la ricevuta firmata dall'ebreo Castelnuovo a Gaetano Bandini che gli restituisce delle carte a lui rubate, facendo intendere che il ladro fosse il Bandini, ma non spiega che nell'Archivio di Stato di Siena vi sono molte di queste ricevute: i giorni seguenti il saccheggio alle abitazioni degli ebrei e dei filo-francesi, il comandante austriaco Karl Schneider emanò un bando che intimava la restituzione degli oggetti rubati. E sembrerà impossibile, ma molti oggetti furono davvero riportati e riconsegnati ai legittimi proprietari (nonostante quello che scrisse il Brigidi!). E i legittimi proprietari rilasciavano regolare ricevuta alle autorità provvisorie, alle quali apparteneva anche il Bandini.
Io non voglio attribuire colpe a nessuno, sono i documenti conservati a Siena con i nomi dei condannati per i 13 trucidati e le testimonianze dei feriti e dei derubati che accusano. Così come nessuno spiega il perché delle minacce agli ebrei della primavera del 1800 – che costrinsero Bargello e Governatore a far presidiare il Ghetto – quando non c'era alcun esponente del Viva Maria in giro per Siena …
Sulle ricostruzioni del Brigidi, non mi dilungo nemmeno. Basta leggerle per capire chi le ha scritte. E lo stesso prof. Roberto Salvadori mi ha più volte detto di non aver voluto utilizzare quei lavori di fine Ottocento perché viziati da un anticlericalismo viscerale.
A Groppa vorrei sommessamente dire che né Salvadori, né Barzanti e né qualche altro studioso ha mai contestato i documenti e le ricostruzioni del mio lavoro. Sono le conclusioni che divergono. Ma io ho spiegato come esse siano differenti a seconda delle appartenenze ideologico-politiche degli studiosi: Barzanti, Tognarini, Salvadori ecc. da una parte, Sanguinetti, Viglione, Cardini ecc. dall'altra. E la lapide attaccata sul muro della Sinagoga di Siena, l'hanno scritta i primi.
Per fortuna qualche libertà c'è ancora rimasta in Italia e quindi ciascuno la può pensare come vuole, senza obbligare gli altri ad uniformarsi alle sue visioni della storia.

Santino Gallorini
Fonte: Corriere di Siena, 15 luglio 2011

 

VIVA MARIA E NAZIONE EBRAICA

Santino Gallorini è autore del documentatissimo libro
"Viva Maria e nazione ebraica. I fatti di Monte San Savino e Siena"
con presentazione di Franco Cardini e Roberto Salvadori
e con la riproduzione dei documenti originali dell'epoca
Edizioni Calosci Cortona, 2009

LA TARGA DELLA MENZOGNA

Menzognera targa posta accanto alla sinagoga di Siena
I documenti confermano che non fu responsabilità del Viva Maria
(tra l'altro gli ebrei bruciati dai senesi furono quattro e non tredici)

Gli ebrei furono protetti dai Viva Maria!

E' falso attribuire al Viva Maria uccisioni e saccheggi: parlano i documenti dell'Archivio di Stato di Siena

Per la stima che nutro verso Roberto Barzanti, credo di dover rispondere al Suo intervento pubblicato sul Corriere di Siena, relativo alla querelle sul "Viva Maria". Un intervento pacato e con molti punti condivisibili.
Vorrei puntualizzare come le bande del Viva Maria che nel primo pomeriggio del 28 giugno 1799 si avvicinarono alle porte di Siena fossero comandate dal Capitano granducale Giovanni Natti, il quale aveva intrapreso la spedizione senza averne l'autorizzazione e neppure avere informato la Suprema Deputazione di Arezzo. Il Natti, di stanza a Montepulciano, si diresse verso Siena, seguito dal capitano don Giuseppe Romanelli. E sarà proprio il Romanelli a far cessare il saccheggio del Ghetto senese, a far sprangare le botteghe assaltate ed a mettere sentinelle al Ghetto. Ce lo testimoniano Giovacchino Faluschi (Cronaca Senese) ed Antonio Zobi (Storia civile della Toscana).
Sul fatto che per le autorità senesi sarebbe stato più facile incolpare i residenti e da qui i soli nomi di senesi per gli assassini degli ebrei e la maggioranza degli stessi tra gli assalitori del Ghetto, vorrei replicare. Su quei fatti del Ghetto di Siena abbiamo le testimonianze non degli appartenenti al Viva Maria, ma delle vittime: gli Ebrei di Siena, che interrogati a più riprese dalla polizia e dai magistrati – in un periodo in cui non c'erano più le bande del Viva Maria a Siena – raccontano quello che hanno visto ed hanno sentito. Oltre agli Ebrei, ci sono anche i non ebrei di Siena, ed anche essi raccontano e fanno nomi e cognomi. Ancor più degli stessi Ebrei, che evidentemente conoscevano meno la teppaglia senese oppure avevano qualche timore ad accusare chi abitava a due passi dal Ghetto. E quei nomi li abbiamo. Sono appuntati sui registri del Governatore e del Capitano di Giustizia, conservati nell'Archivio di Stato di Siena dal 1800. Pertanto possiamo attribuire colpe e responsabilità.
A titolo di esempio, nel processo n. 284, i testimoni raccontano di 15/16 persone che il 28 giugno entrarono in casa dell'ebreo Leon Vita Pesaro e là ferirono e rapinarono. Ebbene, incrociando le varie testimonianze di ebrei e cristiani, veniamo a conoscere i nomi di 17 persone, tutte residenti a Pantaneto, Porta Romana e zone limitrofe. Non c'è spazio, dunque, per qualche altro responsabile.
Inoltre, voglio ricordare come nell'Archivio di Stato di Siena ci siano anche molti altri documenti – relativi alla primavera del 1800 – quando molti indizi facevano paventare un nuovo assalto al Ghetto e gli stessi Ebrei chiesero protezione al Bargello ed al Governatore della Città. E chi sono i personaggi segnalati per minacce e screzi agli Ebrei? Alcuni del basso popolo senese, già inquisiti per i fatti del 28 giugno 1799, assieme ad altri che parrebbero non aver avuto precedenti. E cosa dicono questi popolani agli Ebrei? Dicono: "E' passato il 28 giugno, ma ritornerà e allora si farà peggio di quello che non si è fatto", "Se un giorno cadrà Genova, si farà di loro una stiaccia, che non ne rimarrà uno". E quando ai primi di giugno 1800 Genova stava per cadere davvero, le carte del Governatore ci dicono che fu mandata una "forza militare" al Ghetto, "per quiete e sicurezza" degli Ebrei. Sottolineo come da tanti mesi non ci fossero bande del Viva Maria a Siena.
Quanto alla "trucida catena di uccisioni e saccheggi", che sarebbe stata provocata dal Viva Maria di Arezzo, rispondo con le parole di Enzo Droandi, che parlò di "movimento quasi non violento". Ma se si conoscono tutte queste uccisioni, si elenchino per poterle studiare ed indagare.
Terminando, vorrei sottolineare come, anche dal dibattito attuale, sia palese che la memoria sul Viva Maria resti ancora una "memoria divisa". E se per Roberto Barzanti (che proviene dal PCI), ma anche per Turi, Tognarini, Salvadori ed altri, la responsabilità delle morti e delle violenze, accadute a Siena il 28 giugno 1799, ricadrebbe inevitabilmente sul Viva Maria, per studiosi di differente sensibilità politica questo non è vero. Fra i tanti, posso citare Oscar Sanguinetti, Massimo Viglione o Franco Cardini, che nella Prefazione al mio libro afferma: "Ritengo che quei pur truci episodi [di Siena, n. d, a.] non possano essere presi a pretesto per una frettolosa e unilaterale condanna del Viva Maria nel suo complesso".
Pertanto, seppur non arriveremo per adesso a conciliare le due posizioni, credo che da ambo le parti occorra continuare a studiare seriamente quelle antiche vicende, in uno "spirito che è quello di una collaborazione volta a conoscere e a capire sempre di più" (Roberto G. Salvadori).
Cordialmente

Santino Gallorini
Fonte: Corriere di Siena, 12 luglio 2011

 

VIVA MARIA E NAZIONE EBRAICA

Santino Gallorini è autore del documentatissimo libro
"Viva Maria e nazione ebraica. I fatti di Monte San Savino e Siena"
con presentazione di Franco Cardini e Roberto Salvadori
e con la riproduzione dei documenti originali dell'epoca
Edizioni Calosci Cortona, 2009

LA TARGA DELLA MENZOGNA

Menzognera targa posta accanto alla sinagoga di Siena
I documenti confermano che non fu responsabilità del Viva Maria
(tra l'altro gli ebrei bruciati dai senesi furono quattro e non tredici)

 

Scorrettamente il "Corriere di Siena" attribuisce a Gallorini frasi non sue

Ecco la risposta dello studioso

 

Ringrazio l’autore per la citazione del mio libro “Viva Maria e Nazione Ebrea”, anche se vorrei sottolineare come le prime due frasi, a me attribuite, non compaiano affatto in esso. E quella che è la mia spiegazione dei fatti del 28 giugno 1799, viene del tutto stravolta e ribaltata.
Nel 2009, prima di pubblicare il mio volume sui rapporti tra l’insorgenza del “Viva Maria” (1799) e la Nazione Ebrea, in special modo a Monte San Savino ed a Siena, chiesi una prefazione a due illustri studiosi di differenti sensibilità: Franco Cardini e Roberto G. Salvadori. Entrambi gentilmente me la fecero. Le conclusioni a cui giunsero furono ovviamente opposte, ma ambedue concordarono sulla validità e la serietà del lavoro da me svolto. Ecco, era proprio quello che volevo: dimostrare come gli stessi documenti potessero portare ad avverse conclusioni eminenti studiosi, in virtù di differenti idee.
Ma su certi passaggi non ci può essere una diversa valutazione, a prescindere dalle sensibilità di chi legge. E per gli atroci fatti di Siena del 28 giugno 1799 i documenti sono univoci, al punto che gli stessi Massari della Comunità Ebraica di Siena, nella loro relazione – citata dal giornalista del Corriere di Siena – terminano in maniera inequivocabile: “Tale narrativa basata su fatti reali senza alcuna alterazione, perpetua una macchia indelebile alla città di Siena”. E sotto ribadiscono: “Questa narrativa … denigra l’Epigrafe che la città di Siena porta in fronte = Cor magis tibi Sena pandit”.
Delinquenti comuni Quindi, i Massari sapevano bene quello che adesso anche noi sappiamo. La massima parte delle violenze al Ghetto e la totalità degli assassini furono opera di delinquenti comuni, residenti nell’area intorno: Pantaneto, Salicotto, Porta Romana. Entravano nella case al grido di “Robba! Robba! Quattrini! Quattrini!” e non di “Viva Maria!”.
Nella mia indagine ho ricercato i processi per i fatti del Ghetto di Siena, ho ricercato i nomi dei colpevoli delle violenze e delle uccisioni, ho indagato presso l’archivio di Stato di Siena, presso quello di Firenze, e presso altri archivi. Grazie alla dottoressa Anna Di Castro, ho avuto modo di consultare anche i documenti conservati presso l’Archivio della comunità Ebraica di Siena.
Furono i senesi Per 9 dei 13 ebrei uccisi, gli assassini appartenevano al popolino senese (Vincenzo Lorenzetti detto Gallinaccio, Ambrogio Vermigli detto Brogio Matto, Luigi Anastasi detto Gigi Bestia, Assunto Provvedi detto Pinona, Pietro Trinci stracciaiolo, Giuseppe Lunardi, Baldassarre N. detto Pancia Nera, N. N. detto Tono Tono, N. N. figlio di Giangia del Rialto, N. N. calderaio a San Donato, N. Bacci detto Scanza, Antonio Martinelli, Agostino Torzellin, Giuseppe Poggi, Agostino Merlini, Giuseppe Conti, Giovanni Morandi, Pasquale Giannetti ecc.), una donna fu uccisa da una pallottola mentre si affacciava al balcone di un amico e pertanto sarà difficile risalire a chi sparò, mentre per altri tre ebrei non ho trovato i nomi degli assassini. Senesi furono gli assassini degli ebrei nella Sinagoga, senesi quelli che uccisero gli ebrei in Piazza del Campo.
Dai processi a coloro che assalirono il Ghetto viene fuori che erano quasi tutti cittadini senesi abitanti lì vicino. Essi sfruttarono l’occasione della mancanza di controlli, quando i francesi si erano ritirati in Fortezza e gli insorgenti entrati in Siena erano corsi loro dietro e si stavano sparando fra la Lizza e la stessa Fortezza, per assalire alcune case del Ghetto e la Sinagoga. Per fare che cosa? Per rapinare gli ebrei ricchi! Al banchiere Levi, che chiedeva di non essere molestato dissero: “state tranquilli che non vi si tocca!”, ovviamente purché desse loro soldi, argenti ecc.
Un ebreo testimonia che mentre scendevano giù per le scale, uno disse agli altri: “da questi altri qui accanto non ci andate, sono povera gente”.
Negli atti giudiziari e nelle testimonianze, trovo quelli del Viva Maria, ma a cacciare gli assalitori del Ghetto, a far loro restituire la roba rubata agli ebrei, a fare la sentinella al Ghetto ed alle case degli ebrei fuori dal Ghetto!
Anche sulle accuse all’Arcivescovo Zondadari di non aver fatto nulla per salvare gli ebrei dalle violenze, ci sono elementi discordi. Perché quando tornano i francesi (1800) e prendono in ostaggio alcuni notabili senesi, fra cui l’Arcivescovo, gli ebrei di Siena vanno a Firenze e fanno rilasciare dai Francesi lo Zondadari? Perché il rabbino senese Cabibbe scrisse che lo Zondadari, sollecitato dal pescivendolo Mascetto si vestì con i sacri paramenti e si portò a San Martino per far cessare i misfatti contro gli ebrei? E lo stesso scrissero i Massari nella loro ricostruzione, attribuendo al pescivendolo Luca Mascetto, il merito di essere andato ad avvertire l’Arcivescovo e averlo indotto a recarsi a fermare l’assalto al Ghetto.
Probabilmente fu così grande la vergogna per quei fatti atroci del 28 giugno, che per salvare la faccia alla Città si cercò di attribuire il misfatto agli insorgenti del Viva Maria, venuti da fuori, meglio se da fuori contado o da Arezzo. E uno dei primi a cambiare versione fu quel Paolo Sarti, tra coloro che nel luglio 1799 si recarono ad Arezzo per ringraziare la Madonna del Conforto – patrona della città – per la “liberazione” di Siena e poi, una volta diventato avvocato della Nazione Ebrea senese per chiedere un risarcimento al tornato Granduca, grande accusatore degli insorgenti aretini.
Credo che occorra conoscere e studiare al meglio i documenti superstiti, per arrivare ad una migliore ricostruzione di quei tragici fatti, al di là delle ideologie e delle appartenenze. E i documenti al momento conosciuti vanno in una direzione diversa dalla vulgata comune, al punto che ritengo sostanzialmente falsa l’epigrafe affissa dal Comune anni fa sulla facciata della Sinagoga di Siena.

Santino Gallorini
Fonte: Corriere di Siena, 8 luglio 2011

 

VIVA MARIA E NAZIONE EBRAICA

Santino Gallorini è autore del documentatissimo libro
"Viva Maria e nazione ebraica. I fatti di Monte San Savino e Siena"
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A Siena i tredici ebrei furono uccisi dai senesi, non dai Viva Maria!

I documenti lo confermano

 

I fatti di Siena. Siena fu l’unica città della Toscana che accolse con un certo ottimismo l’arrivo dei francesi. Perfino l’Arcivescovo Zondadari partecipò, con la coccarda tricolore, all’innalzamento dell’albero della libertà. In due mesi la ricca città venne spogliata dei suoi beni; tutto quanto era trasportabile fu portato via: tonnellate di denaro pubblico e privato, argenteria delle Chiese, etc. Il grano salì a 12 lire lo staio, cifra per la quale Arezzo il 18 aprile 1795 era insorta contro Firenze.
Alle speranze iniziali in Siena subentrò perciò la più profonda delusione e un grande risentimento contro la nuova amministrazione, che i francesi avevano affidato al Commissario Abram, un ebreo di origine francese. Più apertamente che altrove qui gli ebrei parteggiarono per i nuovi arrivati, e i francesi favorirono apertamente gli ebrei anche a discapito dei cristiani. Lo affermano con tutta chiarezza i popolani che assaltarono il Ghetto, come motivazione del loro gesto: «La nazione ebrea la quale è notorio ricevesse dai Francesi in occasione della loro invasione delle distinzioni e parzialità superiori a molti meritevoli soggetti cattolici» (14).
Tutti gli inquisiti e i condannati per l’assalto al Ghetto ebraico furono senesi, chiamati anche con il loro soprannome, «specialmente un certo giovinotto di capello rosso che fu quello che con l’accetta atterrò la porta» di una casa del Ghetto: era Lorenzo Regoli, detto il Rosso; insieme a lui c’era Luigi Guerrini ed altri popolani (15). I nomi dei condannati sono, oltre ai già nominati, Assunto Provedi, Pietro Trinci, che uccise due ebrei, Servi Isacco, Moranti Giovanni, ecc., tutti senesi.
I fatti avvennero «nell’occasione dell’ingresso in questa stessa città delle Truppe Aretine» (16). La plebaglia approfittò della confusione e della fuga dei francesi in Fortezza per vendicarsi, assaltando il Ghetto al grido di «soldi, soldi, quattrini, quattrini» (e non «Viva Maria» !!!).
I capitani aretini, accortisi di quanto stava succedendo, «misero sentinelle al ghetto» per evitare ulteriori crimini (17) e si cercò perfino di recuperare la refurtiva per restituirla ai danneggiati (18); refurtiva che fu trovata anche ad Asciano.
In un fascicolo dell’archivio senese si trova la proposta di una benemerenza per il Capitano Antonio Panzieri, «Tenente della Truppa Aretina, che venne in Siena il dì 28 giugno per scacciare i Francesi da questa città, si è sempre portato onestamente da Ufficiale d’onore, non avendo mai dato da dire né pensare la minima cosa contraria ad un vero cattolico ed onestissimo ufficiale» (19).
Considerando che si trattò di una guerra di liberazione popolare (e sappiamo quanto queste siano aspre e talvolta feroci), si può concludere con Angiolo Lorenzo Giudici, testimone dei fatti, che in tutta l’insurrezione del 1799 «gli Aretini si fecero impegno di non oltrepassare i confini della giustizia e dell’equità» (20).

Antonio Bacci e Santino Gallorini
Fonte: "Il «Viva Maria» non fu antiebraico
e gli Aretini non furono massacratori"

Note
(14) Archivio di Stato di Siena, Governatore, 309, n. 4; novembre 1799.
(15) ASS, Capitano di Giustizia, 284, n. 48
(16) ASS, Governatore, n. 19.
(17) ASS, Governatore, 284, n. 48.
(18) ASS, Capitano di Giustizia, 286, 230.
(19) ASS, Governatore, dicembre 1799.
(20) Lettere sopra la condotta degli Aretini nella loro insurrezione del 1799, n. 10.

VIVA MARIA E NAZIONE EBRAICA

Santino Gallorini è autore del documentatissimo libro
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LA TARGA DELLA MENZOGNA

Menzognera targa posta accanto alla sinagoga di Siena
I documenti confermano che non fu responsabilità del Viva Maria
(tra l'altro gli ebrei bruciati dai senesi furono quattro e non tredici)

La Toscana liberata grazie al Viva Maria!

Il movimento di popolo che seppe opporsi eroicamente all'invasione francese


Il termine "Viva Maria" indica tradizionalmente l'insorgenza tosco-umbra del 1799, che ha il suo epicentro ad Arezzo e che coinvolge anche i territori limitrofi del lago Trasimeno e dell'alta valle del Tevere, appartenenti allo Stato Pontificio, cioè la resistenza popolare all'esportazione manu militari della Rivoluzione francese del 1789 da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte (1769-1821) verificatasi fra le odierne Toscana e Umbria.

UN FENOMENO DI RESISTENZA POPOLARE CONTRO-RIVOLUZIONARIA
Come tutti i fenomeni contro-rivoluzionari, anche quello del Viva Maria è fenomeno prevalentemente popolare in difesa delle tradizioni religiose e culturali, nonché del patrimonio, pure materiale, delle comunità locali. Contro le armate francesi e le milizie "italiche", portatrici di un messaggio ideologico astratto e confliggente con l'identità storica e religiosa delle mille piccole patrie italiane, le popolazioni della penisola, mosse da un forte senso di appartenenza e di radicamento territoriale, reagiscono con le modalità proprie delle insurrezioni e mostrano, in modo inequivocabile, la loro avversione alla Rivoluzione sia nella realizzata versione francese che in quella potenziale italiana.
Le armate francesi, penetrate in Italia nella primavera del 1796, con l'apporto dei giacobini locali tentano dovunque, in modo brutale e senza mediazioni di sorta, di laicizzare le istituzioni e di sovvertire alla radice le tradizionali forme di espressione della sovranità e della rappresentanza politica, distruggendo e criminalizzando le plurisecolari entità statuali esistenti, e imponendo nuovi modelli culturali e politici. Il popolo si solleverà quasi subito, sia perché è torchiato dalle imposizioni e dalle ruberie dell'occupante, sia perché percepisce l'estraneità ideologica dei francesi, visti non tanto come stranieri quanto come portatori di una visione del mondo ostile al "senso comune" che ancora sopravvive nelle società dell'Antico Regime.

LE ORIGINI
Le popolazioni toscane erano già insorte contro la politica liberistica e filogiansenista del granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena (1747-1792), il futuro Leopoldo II imperatore del Sacro Romano Impero, culminata nella convocazione del Sinodo di Pistoia, nel settembre del 1786; e proprio ad Arezzo, nel 1795, si verificano violenti tumulti, anche con implicazioni religiose. Il miracolo del 15 febbraio 1796, quando un'annerita immagine della Madonna del Conforto sbianca dinanzi agli occhi di alcuni artigiani, è il primo di una serie di episodi analoghi verificatisi in molte altre parti del Granducato e nei territori limitrofi, dove sono viste statue o immagini della Madonna muovere gli occhi o piangere. La devozione mariana, già forte in Toscana e nell'Umbria Occidentale, è rafforzata da questi miracoli e costituisce il motore della futura sollevazione.
Il Granducato, in un primo tempo, è risparmiato dai rivoluzionari francesi, salvo la città di Livorno, occupata nel giugno del 1796, mentre i contigui territori perugino e altotiberino, appartenenti allo Stato Pontificio, sono invasi dalle truppe rivoluzionarie nel febbraio del 1798 e sono assegnati al nuovo Dipartimento del Trasimeno. La linea direttrice dell'invasione è, infatti, quella dei possedimenti pontifici, dove i reparti francesi del generale Pierre-François-Charles Augereau (1757-1816) penetrano nel giugno del 1796, provocando la violenta insurrezione delle popolazioni nella Legazione di Ferrara, l'attuale Romagna, culminata nella rivolta e nel sacco di Lugo.
Due mesi dopo si sollevano anche i centri dell'alta valle del Tevere e, il 16 aprile, gli insorti, a cui s'uniscono elementi provenienti dal Granducato, entrano a Città di Castello al grido di "Viva Maria!" e abbattono l'albero della libertà, il simbolo eretto ovunque dai rivoluzionari. Dopo alterne vicende gl'insorgenti entrano di nuovo in città il 5 maggio, ammazzando circa centocinquanta soldati e ufficiali francesi. Quasi contemporaneamente, il 22 aprile, si ribella l'altro epicentro della rivolta, Castel Rigone, nei dintorni del lago Trasimeno, e gl'insorgenti, organizzati da un popolano, il "generalissimo" Tommaso, detto il Broncolo, giungono ad assediare la stessa Perugia. Le truppe francesi riprendono il controllo della situazione nel corso del mese di maggio a prezzo di saccheggi e di massacri, e nonostante la strenua resistenza degl'insorti, che, poco armati e mal equipaggiati, iniziano una sorta di guerriglia, riparando poi nei vicini territori aretini.
Quando, il 25 marzo 1799, i francesi entrano a Firenze, costringendo all'esilio il granduca Ferdinando III (1769-1824), reo di aver dato ospitalità a Papa Pio VI (1775-1799) e a Carlo Emanuele IV di Savoia (1751-1819), re di Sardegna, anche la Toscana subisce l'imposizione del regime repubblicano, con la sua triste sequela di confische, di requisizioni, di contributi e di vessazioni contro il clero e contro i fedeli. Fin dai primi giorni dell'occupazione, a Firenze e in altri centri scoppiano tumulti, presto sedati con violenza dagli occupanti.

L'INSORGENZA E IL SUO SVILUPPO
Il 6 aprile 1799 esigue forze francesi occupano Arezzo, località molto vicina ai centri del Perugino e dell'alta valle del Tevere, caratterizzati da una particolare fedeltà alla dinastia e da un forte sentimento religioso, già coinvolti nell'insurrezione del 1798. Un mese dopo, la mattina del 6 maggio, scoppia la rivolta. Mentre le campane delle chiese suonano a stormo, gli aretini e gli abitanti del contado, armati con roncole e fucili, abbattono l'albero della libertà, piantato presso la caserma delle guardie nazionali, e s'impadroniscono della città, al grido di battaglia degli insorti del 1798, "Viva Maria!". Viene quindi costituita una Suprema Deputazione, composta da personalità cittadine, fra cui spicca il barone Carlo Albergotti Siri (?-1832), mentre il comando militare è affidato al cavalier Angiolo Guillichini vecchio ufficiale della marina toscana, e al marchese Giovan Battista Albergotti (1761-1816), cavaliere dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Pertanto, mentre la prima fase dell'insorgenza era stata caratterizzata dallo spontaneismo e dal ricorso a guide popolari, talora provenienti dalle file del banditismo, la fase successiva vede la partecipazione di elementi di spicco del clero e della nobiltà locali in funzione di guida, e l'alleanza con le truppe austriache. I francesi trascurano inizialmente l'episodio perché la difficile situazione nell'Italia Settentrionale richiede un intervento immediato. Così Arezzo è lasciata libera e l'insurrezione può espandersi grazie anche all'appoggio degli austro-russi, che inviano l'alfiere Karl Schneider von Arno (1777-1846) ad assumere il comando degl'insorti. In giugno si sollevano le comunità della Valdichiana, del Valdarno e del Casentino, che si pongono alle dipendenze della Suprema Deputazione di Arezzo, la quale assume di fatto la veste di governo provvisorio della Toscana nel nome di Ferdinando III. Le truppe della coalizione, forte di almeno trentamila uomini, penetrano nel Senese e, attraverso l'alta valle del Tevere, nel territorio pontificio, fino a Città di Castello. La vittoria ottenuta presso il fiume Trebbia, fra il 15 e il 17 giugno, dalle truppe austro-russe del generale principe Aleksandr Vasilevic Suvarov (1729-1800) nei confronti di Jacques-Étienne-Joseph-Alexandre Macdonald (1765-1840), comandante dell'Armée de Naples, accresce ulteriormente le fortune degli aretini, a cui si unisce il cavalier William Frederic Wyndham (1763-1828), diplomatico inglese presso la Corte granducale. Il 28 giugno, le truppe aretine attaccano Siena, accolte con entusiasmo dai popolani, ma, penetrate nel ghetto, ammazzano tredici componenti della comunità israelitica, mostratasi favorevole ai francesi, finché sono fermate da alcuni esponenti del patriziato locale.
Nel pomeriggio del 7 luglio circa tremila insorti, guidati da Wyndham e Lorenzo Mari, vecchio ufficiale dei dragoni di Toscana divenuto comandante degl'insorgenti di Montevarchi, fanno il loro ingresso in Firenze, preceduti da un frate zoccolante con una grande croce. A essi si aggiungono altri reparti aretini provenienti da Pontassieve e alcuni squadroni di cavalleria austro-russa. Gli austriaci, intervenuti in forze il giorno 20, assumono progressivamente il controllo dei centri occupati dagl'insorti, con i quali nascono presto non pochi attriti. Fra i personaggi fiorentini subito tradotti in carcere dai contro-rivoluzionari vi è pure mons. Scipione de' Ricci (1741-1810), vescovo di Pistoia e di Prato, il maggior esponente del giansenismo italiano.
Anche nella Toscana Occidentale i francesi e i giacobini locali vengono ovunque battuti. Il 17 luglio le truppe rivoluzionarie sgombrano Livorno, mentre in Maremma i contingenti di Volterra, guidati dai fratelli Curzio e Marcello Inghirami, cacciano i francesi e risollevano le insegne granducali. Dopo alcuni giorni di assedio, gli aretini, insieme a reparti dell'area del Trasimeno e dell'alta valle del Tevere, entrano a Perugia nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e il 31 si arrende anche l'ultimo baluardo giacobino in città, cioè la Rocca Paolina. Arezzo, in quanto centro militare ed economico dell'insorgenza, diventa la capitale effettiva del Granducato e la Suprema Deputazione continua a governare il paese anche dopo che il sovrano ha affidato in sua assenza il governo della Toscana al Senato fiorentino dei Quarantotto. Nella conflittualità insorta con il Senato, titolare del potere legale, la Deputazione ha, in un primo momento, la meglio, mantenendo il controllo del territorio e riorganizzando le proprie bande e quelle delle città alleate in un'"armata austro-aretina", che insegue l'esercito francese nello Stato Pontificio, dove libera Todi, Assisi, Foligno, Spoleto e Orvieto, giungendo fino alle porte di Roma. L'inevitabile esaurimento dell'azione militare, a seguito della ritirata generale dei francesi dall'Italia Centrale, finisce per togliere alla Deputazione le ragioni della sua forza, consentendo al Senato fiorentino di procedere allo scioglimento prima dell'armata e poi della stessa Deputazione.
Dietro il governo granducale, l'Austria assume il controllo della Toscana, reprimendo duramente tutte le attività giacobine, ma anche emarginando progressivamente gl'insorgenti.

IL TRISTE, MA GLORIOSO EPILOGO
Un motu proprio sovrano del 16 febbraio 1800 riconosce i meriti degli aretini e concede loro numerosi benefici, ma, quando i francesi tornano in forze in Italia nel maggio del 1800, dopo la vittoria napoleonica di Marengo, in Lombardia, la difesa del Granducato è affidata all'inetto generale Annibale Sommariva (1755-1829), che presiede la reggenza nominata dal granduca e che fugge ingloriosamente prima da Firenze e poi da Arezzo.
La resistenza tentata dal marchese Albergotti, il 17 ottobre, in un contesto profondamente mutato rispetto a quello dell'anno precedente, risulta vana e i francesi si vendicano di Arezzo, rimasta sola. Gl'insorgenti aretini scrivono le pagine più belle dell'epopea del Viva Maria, combattendo eroicamente contro l'invasore, a cui vengono inflitte notevoli perdite. Il giorno dopo, spezzate le ultime resistenze, i francesi compiono uno sfrenato saccheggio, che prosegue nei giorni successivi. Bande d'insorti, trasformatisi in guerriglieri, continuano ancora a operare nell'Italia Centrale, ma ormai l'insorgenza si è esaurita.

Fonte: Dizionario del Pensiero Forte
Pubblicato su BastaBugie n.104 dell'11 settembre 2009