GRAZIE A DIO di Giuliano Guzzo

Redattore del Timone, autore del libro "Grazie a Dio. Come la fede promuove la civiltà, il progresso, la pace, la famiglia, la salute"

Conferenza n.109 del 10 giugno 2022

RIASSUNTO  Grazie a Dio

COME IL CRISTIANESIMO HA FATTO GRANDE L'OCCIDENTE

La fede cristiana ha promosso la civiltà, il progresso, la pace, la famiglia e la salute

Si è svolta il 10 giugno a Staggia Senese la 109° conferenza del Centro Culturale "Amici del Timone". A parlare il sociologo e giornalista Giuliano Guzzo che presentava il suo ultimo libro dal titolo "Grazie a Dio. Come la fede promuove la civiltà, il progresso, la pace, la famiglia, la salute". Un testo ricchissimo di note, fonti, dati citazioni e tabelle, frutto di anni di ricerche, per sfatare le montagne di pregiudizi che esistono sul cristianesimo e mostrare invece la bellezza dell'essere cristiano, non soltanto per la vita individuale ma per la società intera.
Nonostante possa sembrare il contrario, il cristianesimo non si sta estinguendo. I nemici della fede già dai primi del '900 si auspicavano che con l'arrivo del progresso la fede sarebbe diventata marginale. E invece è ancora molto presente nelle persone il richiamo alla religiosità. È un dato di fatto che religioni più diffuse (Cristianesimo, Islam, Buddismo e Induismo) sono tutte in crescita di seguaci. Diventa quindi evidente che l'ateismo non ha vinto, come pianificavano i grandi regimi totalitari. Anzi questi regimi, ad esempio l'Unione Sovietica, applicavano dei veri e propri piani di scristianizzazione, arrivando anche all'eliminazione fisica.

CREDENTI, MA NON PRATICANTI
Semmai quello a cui si assiste oggi non è una scristianizzazione, bensì una laicizzazione della società. Infatti analizzando i sondaggi fatti soprattutto in America, ma anche in Europa, la maggioranza delle persone, anche se, si dichiarano cristiani, poi non sono praticanti.
Quello che rincuora è che comunque i dati dimostrano che le società in cui ci sono più cristiani sono più sane e offrono un contributo tangibile alla società: i seguaci di Cristo infatti sono più inclini al volontariato, all'aiuto dei senza tetto, alla beneficienza, mentre più difficilmente si drogano o compiono atti di violenza. Anche nella sfera familiare si nota come il cristianesimo influenzi positivamente sia la vita di coppia che l'educazione dei figli. Sebbene la famiglia cristiana venga continuamente messa in ridicolo dai mezzi di comunicazione perché considerata retrograda, in realtà le statistiche dimostrano che nelle famiglie religiose i coniugi si donano più affetto e più aiuto reciproco, i casi di violenza sono di gran lunga inferiori e anche la vita dei ragazzi risente positivamente della frequentazione degli oratori e della figura del sacerdote. A questo proposito, i giovani cresciuti in famiglie che non si vergognano della religione hanno in media un miglior rendimento scolastico e una maggiore disciplina.
A questo punto Giuliano Guzzo ha posto una domanda: nonostante le cose dette, come mai sempre più giovani abbandonano la fede? In parte la risposta è perché l'istruzione religiosa viene offerta ad un numero sempre minore di persone, in parte perché la cultura dominante rifiuta la Chiesa e i suoi valori. Ma il motivo più profondo è che sempre più persone hanno avuto alle spalle famiglie che non andavano in Chiesa e la figura del padre, fondamentale più della madre nel dare l'indirizzo religioso, raramente assolve a questo compito. Infine tra gli intervistati molti giovani dichiarano che avrebbero voluto avere la possibilità di un rapporto e di un confronto con il parroco, ma questo non è stato possibile.

LA CHIESA HA SEMPRE E OVUNQUE PROMOSSO LA PACE
Poi cambiando argomento Guzzo ha sfatato il pregiudizio che la Chiesa sia all'origine delle guerre di religione. Questo non è vero perché la Chiesa ha sempre e ovunque promosso la pace. Le Crociate furono guerre per liberare i luoghi del Santo Sepolcro occupati ingiustamente dai musulmani e non pretesti per fare la guerra.
Ultimo ma non meno importante ambito in cui la fede incide moltissimo e che è stato studiato anche da due famosi studiosi di Oxford è quello della salute. Quella fisica, perché il cristiano praticante è più equilibrato, più attento alle buone abitudini e si prende maggiormente cura del corpo. Ma anche per quanto riguarda la salute mentale in ambito religioso le cose vanno meglio. Il praticante che intesse relazioni con gli altri e che può sperare nel perdono di Dio quando sbaglia è meno incline alla disperazione, alla depressione e come sappiamo questo incide a sua volta anche sulla salute fisica, in un grande circolo virtuoso.
Per poter conoscere nel dettaglio i risultati e le percentuali degli studi e dei sondaggi effettuati riguardo a questo interessante argomento rimandiamo senz'altro alla lettura del libro, che con oltre cinquecento pagine è un vero e proprio manuale. In linea generale ci basti capire che la Cristianità, fulgido esempio della società medievale, con i suoi valori ha portato a una società più sana dove tutto era ordinato e durante la quale sono nati e hanno vissuto grandi pensatori.
Ecco perché proprio nei nostri tempi difficili è così importante preservare il seme della fede affinché possa germogliare di nuovo.

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Conferenza n.82 del 30 luglio 2017

RIASSUNTO  Mio nipote Nicola

IL CATTOLICESIMO SPIEGATO A UN LICEALE

Tutto comincia quando mio nipote Nicola viene a chiedermi qualche dritta per polemizzare con il professore di religione…

Rino Cammilleri ha tenuto il 30 luglio 2017 una deliziosa conferenza per gli Amici del Timone di Staggia Senese sull'ultimo suo libro: "Il cattolicesimo spiegato a mio nipote Nicola che fa il liceo". Ecco come descrive il suo libro:
"Tutto comincia quando mio nipote Nicola, che fa il liceo, viene a chiedere allo zio, scrittore di cose cristiane, qualche dritta per polemizzare col suo insegnante di religione. Le domande che pone sono semplici, per qualcuno scontate (ma sempre meno per un sempre maggior numero di persone): perché devo mangiare il Corpo di Cristo? che c'è di male se ho rapporti intimi con la mia ragazza? che cos'è questa storia del Dio Trino? e quella della Madonna vergine?
Poi, però, Nicola si appassiona, perché certe spiegazioni non le aveva mai sentite. E comincia a venire a trovarmi, e le sue domande si fanno sempre più interessate e pungenti: perché bisogna pregare? perché Dio il più delle volte non esaudisce? perché sono nato? e perché devo soffrire? perché…?"

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INDAGINE SU GESÙ di Antonio Socci

Il fascino di Gesù è sempre irresistibile

Conferenza n.30 del 27 febbraio 2009

RIASSUNTO  Indagine su Gesù

GESU' E' UN CASO UNICO NELLA STORIA

Incredibile: oltre 300 profezie messianiche trovano una perfetta corrispondenza nella vita di Gesù di Nazaret!


DOPO I MARTIRI DEL XX SECOLO, PADRE PIO, COME MAI PROPRIO ORA UN RITORNO AL «FONDAMENTO»?
Negli anni '80 mi occupai molto dei frammenti 7Q5 e 7Q4 di Qumran sulla scia degli studi di padre José O'Callaghan e Carsten Peter Thiede. Iniziai così una serie di inchieste sulle scoperte relative al Nuovo Testamento, che confluì nel volume Vangeli e storicità. Studio da venti anni l'epoca e la vita di Gesù. È la passione della mia vita.

COSA PENSI DI QUESTO PICCOLO BOOM DI LIBRI DEMITIZZANTI SULLA FIGURA DI CRISTO?
Perlopiù sono vecchie tesi razionaliste già confutate. Anche dalle scoperte archeologiche. Mi sconcerta di questa pubblicistica anzitutto la sommarietà delle analisi e poi il preconcetto ideologico. Nella Storia della ricerca della Vita di Gesù, Albert Schweitzer riconosce apertamente che all'origine delle più famose vite di Gesù laico-illuministe c'è l'odio. Dice espressamente così. L'odio contro 'il nembo soprannaturale' che avvolgeva la persona di Gesù. Essi pregiudizialmente vogliono 'strappargli' la divinità e gettargli sulle spalle 'i suoi stracci' per farlo diventare un uomo qualunque. È un'ammissione importante, visto che il lavoro di Schweitzer si muoveva proprio in quel senso.

PER QUANTO RIGUARDA LA SOMMARIETÀ, VEDO CHE IN UNA NOTA DI POCHE RIGHE DEL TUO LIBRO ELENCHI UNA DECINA DI SVARIONI DI «INCHIESTA SUL CRISTIANESIMO» DI AUGIAS E CACITTI, MA PRESENTATI DAGLI AUTORI COME «INCONTESTABILI VERITÀ».
È un elenco parziale. Ma come si può prendere sul serio un libro dove si accostano ripetutamente i martiri cristiani e i terroristi di Al Qaeda, o dove si afferma che Gesù 'non ha mai detto di voler fondare una Chiesa'?

EPPURE LIBRI ANCHE PIÙ CHE APPROSSIMATIVI SU GESÙ HANNO SUCCESSO. PERCHÉ, SECONDO TE?
Perché il fascino di Gesù è sempre irresistibile. Fortissimo il desiderio di confrontarsi con lui. Ho dedicato a questo fenomeno il secondo capitolo del mio libro, scoprendo una serie sorprendente di personalità che hanno avvertito questa attrazione (anche nemici come Marx, Nietzsche o Renan).

RISPOLVERI PURE LE POCO NOTE «CONVERSAZIONI RELIGIOSE» DI NAPOLEONE A SANT'ELENA…
Sì, un documento impressionante, soprattutto se pensiamo a cosa è stato Napoleone per la Chiesa: un persecutore. A Sant'Elena, dimenticato in fretta dai suoi, l'ex condottiero riflette con grande lucidità sulla straordinaria figura di Gesù e sulla misteriosa conquista cristiana del mondo, sulle inermi truppe di Cristo, sulla forza sconosciuta che permette alla Chiesa di resistere nel tempo, mentre tutto passa e i troni crollano. Napoleone conclude affermando che questo si spiega solo se Gesù è vivo e presente, perché è Dio ed è risorto davvero.

COSA TI HA COLPITO DI PIÙ NELLA RICERCA DEL «VOLTO» DI GESÙ DI NAZARET?
Ho seguito tre grandi autori, Romano Guardini, Karl Adam e Luigi Giussani, che hanno penetrato con impareggiabile profondità la vita e la personalità umana di Gesù. Alla fine, ciò che colpisce, oggi come colpiva duemila anni fa, in sintesi, è la bellezza della sua umanità. Ciò che faceva dire a A. J. Mohler: 'Io penso che non potrei più vivere se non lo sentissi più parlare'. Una bellezza i cui barlumi è possibile sempre ritrovare nelle personalità dei santi.

COME MAI LA SCELTA DI CONCENTRARTI TANTO, INVECE, SULLA QUESTIONE DELLE PROFEZIE EBRAICHE RIGUARDO AL MESSIA? È IL CAPITOLO PIÙ LUNGO DEL LIBRO.
Perché è un fatto straordinario che viene inspiegabilmente eluso o trattato con superficialità, anche in ambito cristiano. Abbiamo testi antichissimi, che già il popolo ebraico riteneva ispirati direttamente da Dio, la Sacra Scrittura, in cui sono presenti circa 300 profezie messianiche. Tutte, nessuna esclusa, trovano una perfetta corrispondenza nella vicenda di Gesù di Nazaret. È un caso unico, un mistero storico prima che teologico, che dovrebbe interpellare chiunque. Jean Guitton diceva che "nessuna mente scientifica, a maggior ragione filosofica, dovrebbe considerarsi tranquilla finché la questione non sia stata risolta". L'enigma arriva fino ad alcuni testi messianici ritrovati a Qumran, dove, in base alle profezie di Daniele, si attendeva la venuta del Messia tra il 10 a.C. e il 2 d.C. Non è stupefacente?.

PROFEZIE E ANCHE MIRACOLI: NEL CAPITOLO SULLA RISURREZIONE TI SOFFERMI LUNGAMENTE SULLA «PROVA» DELLA SINDONE. NON TEMI DI ESSERE CONSIDERATO UN PO' TROPPO «GROSSIER» PER CERTI PALATI TEOLOGICI?
Sulla Sindone ci sono novità scientifiche davvero sorprendenti che esigono una nuova riflessione. Infine l'importanza e il significato dei miracoli e delle profezie sono affermati chiaramente nella costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I, la Dei Filius, che li definisce "segni certissimi della divina Rivelazione e adatti all'intelligenza di tutti". Oltre ai Vangeli, la "prova" della Risurrezione di Gesù sta nei fatti.

Tratto da una intervista di Andrea Galli del 25/11/2008

SCHEDA  Le barzellette di Corrado Augias

Un libro su Gesù che si presenta serio con incontestabili verità: vediamo le principali baggianate…

Il giornalista televisivo Corrado Augias ha scritto nel 2008 il libro "Inchiesta sul cristianesimo" (ed. Mondadori). Ne parliamo soltanto perché ha venduto moltissime copie in Italia. E' un libro scorretto e anti-scientifico da un punto di vista storico e, inoltre, pericoloso per la fede. Perché? Ecco alcuni esempi di quelle che lui nel libro chiama "incontestabili verità" (si noti: non semplici ipotesi o pareri personali, ma incontestabili verità):

1) Augias: "Gesù non ha mai detto di voler fondare una chiesa"
Gesù invece ha detto: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò LA MIA CHIESA" (Mt 16,18)

2) Augias: "Gesù non ha mai detto di essere della stessa sostanza del padre"
Gesù invece ha detto: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30), "Il Padre è in me e io nel Padre" (Gv 10,38), "Chi vede me, vede il Padre" (Gv 14,9)


3) Augias: "Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore"
Gesù invece in maniera solenne poco prima di ascendere in cielo ha detto: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19-20)

4) Augias: "Gesù non ha mai istituito alcuna gerarchia ecclesiastica"
Gesù invece ha detto: "Tu sei Pietro e SU QUESTA PIETRA edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18)

5) Augias: "Gesù non ha mai detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva; per ristabilire cioè l'alleanza tra Dio e gli uomini"
Gesù invece ha detto: "Sono venuto per dare la vita in riscatto per molti" (Mc 10,45), "Questo è il mio sangue dell'alleanza versato per molti in remissione dei peccati" (Mt 26,28)

6) Augias: "I martiri cristiani sono come i terroristi islamici"
A questa affermazione non si può più ridere soltanto come per le precedenti, ma si deve rimanere sdegnati e offesi. Come si fanno a confondere le vittime con i carnefici? I martiri cristiani, per testimoniare Gesù, si sono lasciati fare a pezzi, mentre i terroristi islamici uccidono vittime innocenti. Dove sta l'uguaglianza?

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Conferenza n.31 del 27 marzo 2009

RIASSUNTO  Il Signore degli Anelli

L'ANELLO E LA CROCE

“Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo. Il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo!” Gandalf

 

Il Centro Culturale “Amici del Timone” di Staggia Senese ha avuto il piacere di ospitare il 27 marzo 2009 Andrea Monda, professore e giornalista, tiene corsi su “religione e letteratura” presso l’Università Gregoriana e l’Università Lateranense a Roma e collabora con vari quotidiani tra cui l’Osservatore Romano e il Foglio.
Ha presentato il suo ultimo libro “L’anello e la croce, significato teologico del Signore degli Anelli” pubblicato nel 2008.
“Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica” scrive Tolkien nella lettera del 2 dicembre 1953 a padre Robert Murray: notizia per nulla sorprendente se si considera appunto la vita del suo autore, plasmata da una profonda fede ereditata dalla madre, convertita dalla religione protestante della sua famiglia d’origine – il padre di Mabel, educato in una scuola metodista era poi diventato unitariano – al cattolicesimo, scelta che pagò con la vita, essendo stata ripudiata e abbandonata alla miseria con disprezzo dai suoi. Questa è la giusta lente con la quale osservare e comprendere tutta l’opera di JRR e il suo capolavoro in primis, come giustamente ha fatto notare Andrea Monda.
Guardando alla biografia di Tolkien si nota come la sua opera completa, e non solo Il Signore degli anelli, sia un inno alla Grazia con rimandi continui alla Sacra Scrittura. Bisogna soffermarsi a lungo sull’intreccio tra biografia e bibliografia. Fin dall’inizio il pensiero fondamentale di Tolkien sul senso della vita e della scrittura è il famoso concetto della subcreazione, che vede l’uomo accanto a Dio nell’opera di formazione della realtà, evidentemente con dei distinguo: il subcreato dell’uomo è il mondo dei miti, delle vicende che rimandano a messaggi completi. Se Dio, “scrivendo” la Bibbia ha dato vita a quegli eventi che narrava – la Parola si è fatta carne! – l’uomo può solo “creare” mondi che rimangono prigionieri della scrittura. Questo è, secondo il relatore, il contributo che l’uomo può offrire al Dio nell’opera di creazione.
Tolkien si può paragonare al nostro Manzoni, mettendone in evidenza i numerosi elementi in comune, ma pure si può accostare lo scrittore inglese a Dante: entrambi hanno inteso conferire il senso anagogico al loro lavoro: non simbolo, ma esperienza vera che rimanda ad altri significati o eventi. Non dunque una fiaba o un’opera simbolica è quella di Tolkien, né una parodia o ancora peggio una allegoria. Ma una creazione che rimanda ad altro, così come lo è la Divina Commedia nelle intenzioni di Dante: il fiorentino lo illustra chiaramente nella ben nota lettera a Cangrande della Scala.
Soffermiamoci ora sulla più nota delle opere di Tolkien, riportata all’attenzione generale dall’evento cinematografico. Se le vicende della trilogia potrebbero essere riassunte dagli ultimi due versi del Padre Nostro, il sugo di tutta la storia può essere espresso citando la conclusione della liturgia della parola della Messa in onore di Sant’Agnese – 21 gennaio – che recita: “O Dio onnipotente ed eterno (che) scegli le creature più miti e più deboli per confondere la potenza del mondo”. In questa frase è racchiuso il messaggio di Tolkien: la fiducia illimitata nel Dio cattolico e nel Suo progetto sulla storia, l’esaltazione degli umili, la “follia” che, come esclama Gandalf durante il consiglio di Elrond, sarà “il manto agli occhi del nemico” così da confondere la potenza del mondo. Parole simili, queste ultime, a quelle contenute nel Magnificat: “ha esaltato l’umiltà della Sua serva… ha rovesciato i potenti dai troni… ha innalzato gli umili”.
Umili e fragili: questa sembra essere la fondamentale e decisiva differenza tra il pregevole universo tolkieniano e il divertente, ma anche superficiale mondo di Harry Potter, dove i buoni sono splendidamente buoni e i cattivi perversamente cattivi. Spaccatura manichea pressoché assente nell’opera di Tolkien dove tutti, persino Gollum, possono riscattarsi e dove tutti, persino Frodo, persino Aragorn, persino Gandalf, sono costantemente tentati e non necessariamente capaci di superare la tentazione. Solo gli orchi, scimmie di uomini creati dal fango, e gli emissari di Sauron sono presentati come impermeabili alla salvezza: come peraltro i demoni e satana, secondo quanto scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Tutto Il Signore degli Anelli è pervaso dal senso della fragilità umana che solo in Dio trova compimento e appoggio. In effetti, il tratto saliente di questo romanzo, come di tutto ciò che ha scritto Tolkien, è la rinuncia. La vittoria sul male è possibile solo rinunciando, con libertà, a qualche cosa di caro. Se è ben noto che è proprio la rinuncia all’anello a salvare la Terra di Mezzo, sono molti altri gli esempi di questa rinuncia presenti nel testo, che si apre proprio con la rinuncia di Bilbo al suo prezioso tesoro che Gandalf affiderà a Frodo. Lo stesso Frodo rinuncia alla vita tranquilla per farsi carico di condurre a termine una missione preclusa agli eroi “istituzionali” Aragorn e Gandalf. Gandalf prima e Galadriel poi rinunciano al possesso dell’anello ingenuamente offerto loro da Frodo, superando la prova (e Tolkien utilizza in entrambi i casi questo vocabolo) come Cristo nel deserto sconfigge il diavolo che gli offre il possesso di tutti i regni della Terra.
Il professor Monda ha poi portato l’attenzione su altri argomenti che trovano la loro radice nelle Scritture e nella fede cattolica. C’è bisogno di mettersi alla ricerca della subcreazione tolkieniana legata alla fonte principale della creazione: la Sacre Scritture.
Che sono infatti evocate di continuo e costituiscono una colonna sonora costante, lieve e ineludibile del testo, a cominciare dalla famosa frase di San Paolo: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Così infatti accade nel libro. Situazioni che paiono tragiche, estremamente negative, si dimostrano invece preziose per produrre il bene: se Gandalf il grigio non “morisse” a Moria, non potrebbe rinascere come Gandalf il bianco (e qui riecheggia anche la parola di Gesù: “se il chicco di grano non muore…” Gv, 12,24). Senza l’attacco di follia che colpisce Boromir e lo spinge a strappare l’anello a Frodo e senza l’assalto degli orchi la compagnia non si scioglierebbe e l’anello non “andrebbe a est”. Se Pipino e Merry non fossero rapiti dagli orchi non risveglierebbero la foresta di Fangor e gli ent. Se Gollum non fosse fuggito agli elfi e non avesse tradito gli hobbit, l’Anello non sarebbe stato gettato nella fornace ardente.
La figura del vero protagonista della vicenda, Frodo, è poi ritagliata sulla figura del Santo: un intreccio tra Abramo, pronto a lasciare tutto, la casa, la ricchezza, la posizione, per andare nell’abominio della desolazione; Mosé, il profeta che si sente inadeguato per il compito affidatogli; e lo stesso Gesù, del quale condivide la profonda umiltà e la forte volontà di portare a termine il compito affidatogli a costo della vita. Frodo ha risposto ad una chiamata sebbene avesse voluto evitarla e non sapesse nulla in fatto di armi e guerre. E una volta “chiamato” non si tira più indietro.
Interessante anche il fatto che Moria, il regno dei nani ormai controllato dagli orchi che la Compagnia dell’Anello attraversa nel primo libro, ha preso il nome dal monte sul quale Abramo viene inviato a sacrificare Isacco. Moria infatti è il luogo sul quale verrà costruita, secoli dopo la vicenda di Abramo ed Isacco, la città di Ieru-Salem, il cui Re al tempo del patriarca è quel famoso Melkisedek, re appunto di Salem. Uno dei colli di Moria è il Calvario, dove un altro sacrificio verrà officiato: quello di Nostro Signore. Ebbene è proprio in Moria che Gandalf muore per poi risorgere: un caso? Probabilmente no. Una indicazione piuttosto, e molto marcata, che rimanda al vero senso del sacrificio.
Anche la comunione dei santi è presente nel libro: è la pietà che Bilbo ha mostrato in passato verso Gollum, che nonostante appaia tutto corroso dal male, gli ispira compassione a permettere che la missione giunga a compimento. Gli sforzi che i personaggi compiono nella loro battaglia con le forze di Sauron sospingono Frodo aiutandolo a reggere il peso dell’Anello che aumenta man mano che si avvicina a Monte Fato. Palese è il messaggio di come il male corrompa con la sua vicinanza: l’anello, che ben rappresenta il peccato, corrode tutti coloro che ne vengono a contatto: non solo Gollum, che lo ha custodito a lungo, è ridotto ad una scimmia di ciò che era in origine, ma gli stessi Bilbo e Frodo subiscono gli attacchi dell’Unico e sopravvivono solo in funzione di uno sforzo di volontà libera. Frodo almeno fino a quando non sarà così piagato dall’anello da perdere, con la ragione, anche la capacità di intendere e di volere nel momento in cui si trova a poter gettare nella voragine di Monte Fato il “suo tesoro”. L’anello è capace di scatenare le tre concupiscenze di San Paolo: concupiscenza degli occhi, concupiscenza della carne e superbia di vita. Lo si nota in particolare nella vicenda di Boromir: il suo desiderio morboso di impossessarsi dell’anello lo spinge ad aggredire Frodo pronunciando parole che si possono collegare direttamente alle tre concupiscenze sopra citate.
Lo sguardo capace di svelare i pensieri del cuore, che Galadriel, la dama di Lothlorien che può far pensare ad una icona della Madonna, rimanda allo sguardo di Gesù che, come la Parola, penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e discerne i pensieri e gli intenti del cuore (Eb, 4,12).
La parabola dei talenti riecheggia in questo splendido dialogo tra Frodo e Gandalf: “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo. “Anch’io”, annuì Gandalf, “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. Dialogo che rimanda anche a questa affermazione di San José Maria tratta da Amici di Dio (212): “L’importante è fare buon uso del tempo, che ci sfugge dalle mani e che, per chi ha criterio cristiano, vale più dell’oro, perché rappresenta un anticipo della gloria che Dio ci concederà”.
La Grazia è presente in ogni pagina del romanzo e si svela proprio al momento decisivo: nessuno può arrogarsi il merito di avere salvato la Terra di Mezzo anche se tutti hanno offerto il loro contributo: tutti i protagonisti dell’opera portano i loro pani e pesci, ma nessuno di loro può moltiplicarli. E’ la Grazia, che si è servita di hobbit e uomini, come di elfi e nani, che si è alimentata della pietà di Bilbo e della misericordia di Frodo, dell’eroismo di Sam e della caparbietà di Aragorn, a giocare l’ultima carta.

VIDEO  Presentazione della conferenza su Tolkien

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RIASSUNTO  Guareschi e Don Camillo

GIOVANNINO GUARESCHI

Il padre di Don Camillo e Peppone

 

A cento anni dalla nascita del grande scrittore Giovannino Guareschi, inventore delle indimenticabili storie di don Camillo, lo abbiamo voluto ricordare per evitare l'oblio a cui lo vorrebbe condannare la cultura dominante. Perseguitato dalla destra (passerà due anni durissimi nei lager tedeschi), osteggiato dalla sinistra (per aver rivelato con il suo settimanale "il Candido" gli omicidi avvenuti nel dopo guerra soprattutto nella sua Emilia Romagna), emarginato dalla Democrazia Cristiana (che pure aveva aiutato a vincere le decisive elezioni del 18 aprile del '48 con i suoi indimenticabili manifesti). Giovannino Guareschi fu un uomo libero e cattolico.
A parlare di lui il 23 gennaio 2009 abbiamo avuto il piacere di avere a Staggia Senese Alessandro Gnocchi, scrittore e giornalista, collaboratore del Timone. Probabilmente è il più grande conoscitore dell'opera guareschiana.
Gnocchi ha esordito ricordando che alla morte di Giovannino Guareschi (a sessant'anni, nel 1968), nessun messaggio giunge dalle autorità di governo, nessuno da uomini politici. Solo tante calunnie, aspre e velenose, dai giornali più diffusi e da quelli di partito. Colui che aveva creato e diretto il settimanale più letto d'Italia, il Candido, lo scrittore italiano più tradotto al mondo, veniva dimenticato dall'Italia ufficiale, piena di fretta di seppellirlo, ma non dalla gente della Bassa, accorsa in massa al suo funerale. Nella predica il parroco apre un libro del defunto, e legge. "Adesso vi racconto tutto di me: ho l'età di chi è nato nel 1908, conduco una vita molto semplice, non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo in tante fantasticherie. Ma in compenso credo in Dio". Poi il parroco prosegue: "Su questa terra noi piantiamo la croce di Cristo, del tuo Cristo che hai saputo far vibrare nei cuori e nelle coscienze degli italiani e di tanti altri milioni di uomini, soprattutto nell'ora della lotta".
La fretta di seppellire Guareschi continua ancor oggi, nel volenteroso sforzo di farlo dimenticare, ad esempio eliminandolo dalle antologie scolastiche, in cui invece trovano spazio autori noiosissimi, che non hanno mai avuto vera fortuna presso il pubblico, ma solo presso l'onnipotente giudizio della critica. Ma chi era Giovannino Guareschi?
"Quando mi specchio e vedo sul mio viso un truce cipiglio, scuoto il capo e dico: Giovannino, quanto sei fesso!".
Un uomo senz'altro eccezionale, sin dalla prima giovinezza.
I compagni ricordano il suo spirito goliardico, la sua intraprendenza, la sua intelligenza vivace. Scrive di lui Cesare Zavattini, suo istitutore in quinta ginnasio: "Troppo spiritoso. La sua verve è spesso inopportuna. Le sue mancanze sono conseguenza d'irrefrenabili doti umoristiche. Veramente intelligente, ottiene per lo studio, con i minimi mezzi, i massimi risultati". Finita la scuola, iscrittosi all'università, più per partecipare alle feste studentesche che altro, si cimenta in una grande varietà di mestieri: elettricista, caricaturista, cartellonista, scenografo, custode di depositi di biciclette ecc. Finalmente riesce ad approdare al mondo del giornalismo: lavora dapprima per alcuni quotidiani emiliani, finché nel 1936 si trasferisce a Milano, con la moglie Ennia, per lavorare al Bertoldo, insieme ad Achille Campanile, Giovanni Mosca e Cesare Zavattini. Dal 1940 collabora anche col Corriere della Sera.
Fin dai primi anni di giornalismo Guareschi snobba le conventicole degli intellettuali e degli scrittori che si elogiano e si premiano a vicenda, e col suo stile semplice e pieno d'umorismo svillaneggia la retorica ufficiale. L'umorismo gli appare il nemico giurato di ogni retorica di regime, di ogni menzogna ufficializzata e consacrata: "Liberiamoci dalla parte peggiore di noi stessi, guardiamoci allo specchio e ridiamo della nostra tracotanza, del nostro barocco messianismo, della nostra retorica. Guardiamoci allo specchio dell'umorismo, così come ho fatto tante volte io, cittadino-niente, che, quando mi specchio e vedo sul mio viso un truce cipiglio, scuoto il capo e dico: Giovannino, quanto sei fesso!".

1) LA PERSECUZIONE DA DESTRA: DUE ANNI DI LAGER
Nel 1942 Guareschi viene arrestato dai fascisti, "per aver comunicato al rione Gustavo Modena, Ciro Menotti, Castelmorrone ciò che in quel momento pensavo di tutta la faccenda. Si tratta di un episodio poco onorevole in quanto accade che io, la notte del 14 ottobre 1942 – riempitomi di grappa fino agli occhi in casa di amici – per tornare alla mia casa di via Ciro Menotti, che è lontana non più di ottocento metri, impieghi due ore. E in quelle due ore urlo delle cose che poi l'indomani trovo registrate diligentemente in quattro pagine di protocollo… Gli amici mettono in moto l'eterna macchina della camorra italiana in modo da sottrarmi alle giuste sanzioni della legge, e, per prudenza, mi fanno richiamare alle armi". Sembra insomma, chiosa Guareschi, "che per perdere la guerra ci sia assoluto bisogno della mia collaborazione". Così finisce in Egitto, per alcuni mesi. Dopo l'8 settembre si trova di fronte alla grande decisione: collaborare coi fascisti e coi tedeschi, diventare partigiano o restare fedele al giuramento fatto al re. Giovannino opta per la terza scelta, e la paga duramente, con due anni di lager, durante i quali rifiuta più volte l'opportunità di venir liberato in cambio di una collaborazione, anche solo di penna. Nell'atmosfera cupa e angosciante del lager non si dà per vinto: organizza teatrini, inventa favole piene di speranza, promuove chiacchierate e discussioni tra internati, tenendo desto il desiderio di vivere di chi lo circonda. Chi scrive ha conosciuto persone che devono alla sua vitalità e alla sua forza di non essere sprofondate nella disperazione e, forse, nella morte. "Non muoio neanche se mi ammazzano", è il suo motto di quei giorni. Ma lo sconforto prende talora il sopravvento anche in un animo fiero come il suo: "Le mie ore si annullano in questa sabbia, e ogni ora mi ruba una goccia di vita, un sorriso dei miei figli, e io vedo me stesso scendere gradino per gradino la scala che non si risale mai più. Questa noia che sa di catrame come l'aria di questa terra ostile… Un anno è finito. Un anno comincia. La noia continua, niente di nuovo".
Finalmente arriva la liberazione, e Guareschi può tornare a casa: "Per ventiquattro mesi ho calpestato sabbia di lager e la sabbia non dà suono, e così il mio passo ha perso la sua voce. Ora ritrovo sulle lastre del porticato la voce del mio passo… Non ho notizie dei miei da troppo tempo. La guerra è passata lì vicino: li ritroverò tutti? Qualcuno? Nessuno? E proprio e solo adesso, quando l'avventura è finita, ho paura e mi sfascio sulla riva del fosso, come uno straccio… Quando arrivo davanti a casa mia sta schiarendo e io rimango seduto sulla sponda del fosso e aspetto che il sole si sia ben levato e intanto guardo le finestre chiuse e soffro come non ho mai sofferto neanche lassù. Perché lassù si aveva un po' l'idea che tutto si fosse fermato, a casa nostra, e soltanto al nostro ritorno la vita avrebbe ripreso il suo naturale corso. Poi, a un tratto, sento una voce gridare qualcosa: ed è la mia voce e io ne sono terrorizzato e attendo con gli occhi sbarrati che tutte le finestre si aprano e conto le teste che spuntano fuori: una, due, tre, quattro. Ne manca una, la più piccola. Allora lascio il sacco in riva al fosso e corro dentro e, sperduta in un enorme letto, trovo la signorina Carlotta che dorme. E dico 'Cinque!', anche se la prima cosa che vedo non è una testa, ma un sederino rosa… Ennia è più magra di me. E' un sacchetto d'ossa tenute insieme soltanto dal desiderio di farsi ritrovare viva da me al mio ritorno".

2) LA PERSECUZIONE DA SINISTRA: GUAI A SVELARE LE STRAGI COMUNISTE
Ma il ritorno tanto desiderato si tinge presto di scuro. Non c'è, ad accoglierlo, un paese unito, desideroso di rialzarsi, di ricominciare. Non c'è uno spirito comunitario, un sentimento di fratellanza, come quello che si era creato tra compagni di lager, nell'ora del dolore, della nostalgia e della speranza: "Gli italiani non hanno imparato niente dalla guerra. E' triste: nelle guerre imparano qualcosa soltanto i morti". Infatti l'Italia è divisa dall'odio di classe, dal veleno di un'altra ideologia, non meno terribile di quelle sconfitte. Alla guerra mondiale si è sostituita la guerra civile, il rancore e l'odio tra compaesani e connazionali. Guareschi ricorda soprattutto, come segno evidente di questo clima appestato, il riso di disprezzo di una ragazza seduta su una panchina: "Ogni tanto, tra una raffica e l'altra di riso, urla qualcosa sui miei baffi, sui miei capelli. E io che rido tanto degli altri e che non mi arrabbio se qualcuno ride di me, per quel riso non mi offendo: mi sgomento… La ragazza non ha nessuna ragione. Non sa nemmeno chi sono: a lei non piacciono i miei baffi e i miei capelli, perché un uomo che li porta di quel genere è uno degli altri. Un rappresentante della classe odiata che bisogna impiccare". Di fronte a tutto ciò Guareschi ricorre ancora all'unica arma che conosce, la sua penna, e fonda, nel dicembre 1945, il Candido, il giornale che svelerà, puntualmente, le stragi comuniste, specie in Emilia Romagna e in Toscana; che denuncerà il passaggio in massa degli intellettuali fascisti al comunismo; che consacrerà le figure di Peppone e di don Camillo, destinate a rimanere nell'immaginario collettivo per molti anni. Bisogna leggere queste storie, piene di umorismo leggero, di umanità, ma anche profondamente storiche, per capire l'atmosfera di quegli anni: "L'ambiente in cui i miei personaggi operano è il mio paese. E' la Bassa. Alla Bassa, dove il sole d'estate spacca la testa alla gente, e dove, d'inverno, non si capisce più quale sia il paese e quale il cimitero, basta una sciocchezza come una gallina accoppata a sassate o un cane bastonato per mettere due famiglie in guerra perpetua… Alla Bassa, dove le strade sono lunghe e diritte, da una parte c'è l'alba e dall'altra il tramonto, piacciono i tipi con una fisionomia precisa, facili da amare e facili da odiare".
Candido diviene così il giornale che, insieme ai Comitati civici di Luigi Gedda, segna la sconfitta dei comunisti e la vittoria della Dc nel 1948. Ben più di De Gasperi, col suo aspetto "secco e funereo", ben più degli uomini di partito, contano, in questa splendida campagna elettorale, le vignette e i manifesti elettorali di Guareschi, e l'azione solerte e instancabile dei ragazzi delle parrocchie. Giovannino Guareschi, monarchico, cattolico, destrorso, antifascista e reduce da due anni di lager in Germania, si trova quindi a combattere ancora una volta per la libertà, e lo fa, ancora una volta, senza risparmiarsi.

3) LA PERSECUZIONE DAL CENTRO: UN ANNO DI CARCERE
Ma pur risultando vincitore non reclama alcuna prebenda, né alcun onore: vuole tenersi libero, non vuole legarsi a nessun carro, a nessun partito, a nessun padrone. Così, pochi anni dopo, nel 1953, nel suo diario può scrivere: "Con Candido contro lo strapotere Dc". La Dc lo ha deluso, sotto molti aspetti: Giovannino vede già le bustarelle, il rinnegamento dei principi a vantaggio delle poltrone, i nepotismi di De Gasperi, "celeberrimo sistematore di parenti". Allo statista trentino dedica diverse vignette. In una di queste De Gasperi avanza, seguito da uno stuolo di parenti, con una bandiera su cui è disegnato un sole, e dentro la scritta: "Ho famiglia". Sopra vi è scritto: "Forza Alcide, che non sei solo". A lato alcuni versi: "Su fratelli, su cognati/ su venite in fitta schiera:/ sulla libera bandiera/ splende il Sol dell'avvenir". In poche parole Guareschi finisce per inimicarsi, oltre a Luigi Einaudi, per una vignetta irriverente, anche Alcide De Gasperi. Il processo intentatogli da quest'ultimo è una sorta di farsa, alla fine della quale Guareschi finisce in galera: "Per rimanere liberi – scrive – bisogna a un bel momento prendere senza esitare la via della prigione".
E ancora: "Monarchico in una repubblica; di destra in un paese che cammina decisamente, inflessibilmente verso sinistra; sostenitore dell'iniziativa privata in tempi di statalismo, assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo, io non sono stato – come poteva sembrare – un indipendente, bensì un anarchico. Non un uomo libero, ma un sovversivo. E perciò è giusto che mi venga tolta la parola e la libertà". Anche in questa occasione Guareschi rifiuta sconti e amnistie di sorta. Rimane in galera sino alla fine, poggiando sulla sua incredibile fiducia nella Provvidenza: "Completa è la mia fiducia nella Provvidenza che, per essere veramente tale, non deve mai essere vincolata da scadenze. Mai preoccuparsi del disagio di oggi, ma aver sempre l'occhio fisso nel bene finale che verrà quando sarà giusto che venga. I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe". Lo aiuta, anche, il suo senso dell'umorismo, la sua capacità di divertirsi, almeno un po', in ogni circostanza. In galera scrive versetti simpatici, disegna, decora l'asse del cesso con un originale "merdometro", costituito dalla fotografia dell'odiato Scelba. In un bollettino inviato agli amici, sulle sue condizioni, scrive: "Cos'ero, or son due mesi, appena entrato?/ Un fuorilegge, un povero spostato:/ adesso grazie alla prigione/ marciando sto verso la redenzione./ La squadra è già passata/ a batter l'inferiata./ I ferri sono a posto, niente buchi nel muro./ E io mi sento più sicuro".
Negli ultimi anni della sua vita Guareschi assiste al cambiamento culturale dell'Italia. Non gli piace affatto il nuovo mondo che sta nascendo: "Tra i grattacieli del miracolo economico soffia un vento caldo che sa di cadavere, di sesso e di fogna". Sono gli ultimi anni, in cui, dopo tanta sofferenza, l'u-more si fa, talora, acido, amaro. Per lui l'attuale generazione di italiani "più che una generazione è una degenerazione": si alimenta coi nuovi miti della bellezza fisica a ogni costo e a ogni età, coi divi della tv, col benessere materiale che ammalia anche gli uomini del passato. Guarda sconsolato certe anziane signore di città, che non sanno più invecchiare: "Hanno gli occhi dipinti di verde o di blu e i seni convenientemente sistemati: il seno destro è stato passato sulla spalla sinistra, il sinistro sulla destra, quindi ambedue sono stati incrociati sulla schiena, come i tubolari dei corridori ciclisti, per venire annodati solidamente sull'uno e sull'altro fianco".
Uno dei motori di questi cambiamenti sociali e culturali è senz'altro la televisione: "La tv col suo incessante martellare, condito con piacevoli musichette e divertenti spettacoli di varietà, crea nelle famiglie problemi, bisogni, o addirittura necessità praticamente inesistenti. Così come crea dal nulla dei valori e degli idoli. Crea una mentalità, un costume, un linguaggio", si insinua nelle case, interrompendo il dialogo, raffreddando il confronto, ingessando, condizionando, omologando le personalità.
In questi anni nasce così l'ultimo capolavoro: "Don Camillo e i giovani d'oggi". E' uno sguardo, sereno, divertente, ma realistico, sull'evoluzione dei costumi, dei rapporti famigliari e della Chiesa. Don Camillo non è più alle prese con i veri comunisti, alla Peppone, ma col malcontento misto a noia dei giovani, dei cappelloni alla Veleno e delle ragazze emancipate come Cat. Soprattutto, in questo breve romanzo, compare la figura di Don Chichì, che rappresenta il pretino standard post Concilio Vaticano II: con la sua mezza voce, i suoi mezzi termini, la mania del dialogo sopra ogni cosa, lo sperimentalismo liturgico, stile "tavola calda di Lercaro"… E' don Chichì il vero, ultimo "avversario" di Guareschi, non i giovani che stanno per scatenare il '68. A loro si rivolge, paternamente, temendo solo che siano ingannati, che riempiano il loro vuoto di violenza spacciata per ideale: "(O giovani) diffidate di chi vi sorride e vi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gasato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno immancabilmente buggerati i giovani d'oggi…".
Il 1968 è anche l'anno della morte di Guareschi, a Cervia, nella sua amata terra.

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Conferenza n.108 del 29 aprile 2022

RIASSUNTO  Il codice cavalleresco

REGOLE SEMPLICI PER RISCOPRIRE LA VIRILITA'

Come essere attraenti per le donne

 

La 108° conferenza del Centro Culturale Amici del Timone di Staggia Senese è stata organizzata il 29 aprile ed ha visto protagonista lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini che ha presentato il suo libro "Codice Cavalleresco per l'uomo del terzo millennio".
Nel suo precedente libro "Quello che gli uomini non dicono" aveva descritto la crisi moderna della virilità che ha reso gli uomini insicuri, indecisi, dipendenti dal giudizio altrui, rosi dagli scrupoli e dai sensi di colpa, edonisti e completamente dipendenti dallo smartphone che tengono in mano tutto il giorno come un idolo.
Uomini divisi tra il doverismo, cioè così presi dal senso del dovere da dimenticare lo svago e il piacere, e il completo egoismo che li priva di qualsiasi senso di responsabilità.
Marchesini ha offerto agli uomini presenti un codice da scegliere volontariamente, composto da una serie di valori a cui tendere per vivere una vita pienamente realizzata, mettere a frutto i propri talenti e sentirsi orgogliosi di se stessi. Solo così è possibile smettere di accontentarsi di una dose di piacere momentaneo e trovare il proprio posto nel mondo e quindi la vera gioia di vivere.

IL CORAGGIO
La prima virtù dell'uomo virile è quella del coraggio. Essere coraggiosi non significa non avere paura di fronte al pericolo o essere avventati, ma essere pronti ad affrontare le situazioni di pericolo nonostante la paura. Essere pronti a sacrificarsi, persino a morire per proteggere i più deboli. Non a caso l'esempio più calzante di coraggio è quello di Gesù che va incontro volontariamente e non senza paura alla croce e alla morte per la salvezza di tutti. L'uomo, per sua natura, è più pesante, più forte, più veloce rispetto alla donna; per questo più adatto alla guerra. Ciò non vuol dire che ami la guerra, ma è pronto a sacrificarsi se c'è da combattere. Il coraggioso è prudente, cioè risoluto nel ricercare il bene e saggio per capire dove questo si trova ma anche pronto a prendere posizione una volta trovato. Al contrario di ciò che sosteneva don Abbondio ne "I Promessi Sposi", non si nasce coraggiosi o paurosi. Il coraggio ci si può dare, praticando piccoli atti di coraggio quotidiani.

LA SINCERITÀ
La seconda virtù è la sincerità. Oggigiorno essere sinceri rappresenta il più grande gesto di coraggio, sia perché la menzogna è divenuta tanto diffusa da sembrare normale, sia perché il politicamente corretto impone di non ferire i sentimenti altrui. La verità è spesso scomoda e può mettere a rischio la propria reputazione, la carriera o persino la propria vita. San Giovanni Battista e San Tommaso Moro sono due massimi esempi di affermazione della verità a costo della propria vita. Entrambi decapitati per voler ribadire l'indissolubilità del matrimonio e la fedeltà coniugale al potente di turno che invece voleva vivere senza la legge di Dio.

L'ONORE
La terza virtù è l'onore. Parola desueta, al massimo usata in modo ironico. Nella nostra società moderna, laica e razionalista, basata piuttosto sulla reputazione, non c'è posto per l'onore. Spesso chi vuole piacere a tutti deve rinunciare a comportarsi in modo onorevole pur di conservare la propria reputazione. Quest'ultima ci impone di agire come si aspettano gli altri mentre l'onore ci impone di farlo per salvaguardare la nostra dignità.

LA LEALTÀ
Altra parola scomparsa dalla nostra società è lealtà. Lealtà alla parola data o alle promesse fatte. L'esempio eclatante lo troviamo nel matrimonio, promessa solenne e pubblica che sempre più viene disattesa e tradita. Nel matrimonio si promette amore e fedeltà anche quando le cose vanno male con la formula "nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia". Ovviamente anche la fedeltà ha un prezzo e oggi nessuno viene più educato a pagare per le proprie scelte. Quando l'8 settembre 1943 l'Italia si arrese alle forze anglo-americane, i soldati italiani arrestati dai tedeschi furono messi di fronte a una scelta: continuare a combattere a fianco dei tedeschi o essere deportati nei campi di prigionia in Germania. Solo il 10% accettò di combattere al fianco dei tedeschi; tutti gli altri preferirono restare fedeli al proprio giuramento. Tra questi ricordiamo Giovannino Guareschi che tenne sempre fede alla parola data al re, nonostante questo non avesse tenuto fede alla propria. Perché "un uomo vale quanto la sua parola", scrisse Evfrosinja Kernoskja, fuggita dalla Siberia dove era stata deportata.
Esiste un periodo storico in cui questi valori (coraggio, onore, lealtà) si sono incarnati in modo esemplare e cioè nella cavalleria medievale. Il cavaliere, incaricato di difendere i più deboli dalle vessazioni, veniva scelto fra i migliori: alto, bello, agile, prode, ricco di qualità fisiche e morali. Egli non aveva privilegi ma doveri.
Il suo comportamento era coraggioso in battaglia quanto gentile a corte, dove l'atteggiamento richiesto era la cortesia, da cui il nome. Altra virtù da riscoprire per l'uomo del terzo millennio, la cortesia comprende eleganza, lealtà, umiltà, generosità e soprattutto un atto di vassallaggio nei confronti di una dama, anziché di un signore. Il cavaliere metteva a disposizione della dama le sue qualità cavalleresche ed aveva con lei un patto di reciproca fedeltà e lealtà. È in questo periodo che la dama acquista una nuova dignità, perché da MULIER (essere umano di sesso femminile), diventa DOMINA (signora), la cui contrazione ha dato luogo al termine italiano DONNA. Le dame non accettavano l'amore di un uomo finchè questo non si fosse cimentato per tre volte in duello, rischiando la propria vita. Si serbavano caste, esigendo che anche i propri corteggiatori si comportassero allo stesso modo e così li motivavano ad essere più nobili, più signori.
Quei gesti che oggi chiameremmo appunto di cavalleria verso una donna (aprire lo sportello della macchina o accompagnare la sedia mentre lei si siede), traggono origine proprio dalla cavalleria medievale e stanno a significare che l'uomo mette a disposizione di quella donna le proprie doti e la propria protezione.

LA FRANCHEZZA
Altra virtù tipicamente cavalleresca è la franchezza. Franco significa sincero, leale ma anche libero, forte, solido. San Francesco D'Assisi fu battezzato Giovanni, ma il padre lo chiamò Francesco perché voleva che incarnasse l'ideale cavalleresco. Cosa che di fatto fece, partecipando alla guerra di Perugia, alla quinta crociata ma soprattutto seguendo l'esempio di Cristo fino alla morte.
Infine, quando gli uomini non erano impegnati a dimostrare il loro valore in guerra, lo facevano in quello che era chiamato diporto, ciò che oggi chiamiamo sport. Lo sport è un ottimo modo per esercitare le virtù cavalleresche e un ottimo strumento educativo per insegnare ai ragazzi questa virtù. Oggigiorno, nel nostro mondo politicamente corretto, si tende a demonizzare la competizione, perché è vista come sopraffazione sugli altri. In realtà nello sport l'avversario non è quello davanti a noi ma quello dentro di noi: le nostre paure, insicurezze, limiti auto-imposti. La persona che sta davanti a noi si presta generosamente per darci la possibilità di esprimere il meglio di noi, ci fa un favore.
Ecco, quindi, come essere più attraenti per le donne: sviluppare a pieno il potenziale che Dio ha donato a ciascun uomo facendolo nascere maschio.

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