Per ricaricarsi e potersi donare al coniuge occorrono:
1) sport (mariti) / cura di sé (mogli)
2) amicizie maschili (mariti) / amicizie femminili (mogli)
3) interessi (entrambi)
4) spiritualità (entrambi)

Conferenza n.79 del 3 marzo 2017

RIASSUNTO (1)  E vissero felici e contenti

CONSIGLI PER FIDANZATI E SPOSI

Il matrimonio non è finalizzato alla propria soddisfazione personale, ma è altrettanto sbagliato ritenere che debba obbligare a rinunciare ad ogni tipo di gratificazione

 

Il Centro Culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese ha organizzato per venerdì 3 marzo ore 21.00 un incontro dal titolo "E vissero felici e contenti: consigli per fidanzati e sposi". Ospite speciale (per la terza volta a Staggia) Roberto Marchesini, psicologo, che opera come consulente, formatore e terapeuta familiare ed è anche collaboratore di varie testate ("Il Timone", "La Bussola Quotidiana", "Studi Cattolici"), nonché autore di numerosi saggi sul problema del "gender".
Il titolo dell'incontro è in realtà anche quello dell'ultimo libro di Marchesini nel quale ha raccolto i suggerimenti che in vari anni ha elargito alle coppie che si sono rivolte a lui, consigli concreti esposti in maniera seria, ma simpatica.
Si va dal superare il problema dei suoceri, che non fanno parte della coppia (sono presenti anche le giustificazioni bibliche) al giusto spazio da lasciare al coniuge, all'evitare i piccoli attriti quotidiani da cui possono sorgere problemi più gravi. Perché se è vero che il matrimonio non è finalizzato alla propria soddisfazione personale, è altrettanto sbagliato ritenere che debba obbligare a rinunciare ad ogni tipo di gratificazione.
C'era davvero bisogno di un'altra conferenza sul tema del matrimonio dopo ben tre incontri con Costanza Miriano a Staggia? Assolutamente sì, perché la conferenza di Roberto Marchesini avrà tre particolarità, che la rendono imperdibile.
La prima è di inscriversi in un percorso di riscoperta del valore della persona prima ancora che della coppia. Poiché il matrimonio è fatto da due soggetti, ovvero da due soggettività. Ed anche se è vero che l'insieme dei due diviene "un'unica carne", è altrettanto vero che l'individualità non viene mai meno.
Dunque, lo sguardo di Marchesini si rivolge alla consistenza della persona, alla sua autocoscienza, al suo "io", poiché è dalla soggettività che dipende la cura del legame. Poiché il lamento, la commiserazione, la disperazione che i fidanzati e le fidanzate, i mariti o le mogli vivono di fronte ai limiti altrui, sono il segnale di una concezione di sé inadeguata. Non è poi così vero che è impossibile cambiare. È invece vero che bisogna armarsi di buona volontà e lavorare innanzitutto su se stessi, prima che sugli altri: se uno dei coniugi ha atteggiamenti o comportamenti irritanti o indisponenti in misura tale da mettere a rischio il matrimonio, l'altro può contribuire a cambiare. Non certo chiedendo o pretendendo che il coniuge cambi. Non si può cambiare gli altri: è una pretesa, che genera solo rabbia e frustrazione. Ma possiamo tentare di cambiare noi stessi (cosa tutt'altro che facile), dando così indirettamente all'altro la possibilità di cambiare.
La seconda unicità di Marchesini è la continuità con la psicologia tradizionale della Chiesa. Come ha potuto approfondire in vari suoi libri, Roberto Marchesini coniuga senza fratture il lascito della psicologia cristiana, recuperato sia dal Magistero Pontificio sia dalla filosofia tomista, con la pratica psicoterapeutica. Per questo motivo Marchesini attinge sia alle fonti psicologiche, sia al Vangelo, alla Summa Teologica, ai discorsi dei Pontefici. Tutto serve per leggere il dato di realtà, ossia che in un clima culturale caratterizzato da egoismo ed edonismo, il matrimonio diventa esclusivamente un mezzo di soddisfazione personale, di gratificazione emotiva. Dunque il "nuovo" matrimonio, più che fondato sull'amore, è fondato sull'innamoramento. Ma l'innamoramento è solo una fase transitoria, esclusivamente emotiva, che deve lasciare il posto all'amore, duraturo e che coinvolge anche la ragione e la volontà. Bisogna allora imparare ad amare. Secondo san Tommaso d'Aquino amare significa voler bene a qualcuno, non volere che qualcuno ci voglia bene; amare vuol dire volere il bene di un altro, non il proprio. Amare, anzi, significa volere più il bene dell'altro che il proprio. In altre parole, significa sacrificare se stessi per il bene dell'altro. Ci si sposa per dare, perdersi. Se ci si sposa per ricevere, inevitabilmente il matrimonio diventerà una "partita doppia": dare-avere. Altrettanto inevitabilmente verrà il giorno in cui ci si accorgerà di non ricevere quanto si dà, o di non ricevere quanto ci saremmo aspettati nel giorno del nostro matrimonio. In quel momento, il matrimonio basato sulla gratificazione dei propri (legittimi, va pur detto) bisogni affettivi sarà finito.
Il terzo aspetto è la sinteticità. Marchesini è un maestro nella sintesi, un esempio di chiarezza. Nella conferenza a Staggia ha dato nuovi spunti di riflessione ai fidanzati e giovani sposi senza annoiare. La verità non è complicata, perché, di per sé, è lo specchio della natura e niente di ciò che è naturale è complicato. L'amore naturale tra un uomo e una donna è cosa semplice, non richiede chissà quali paraboliche analisi speculative dietro le quali spesso ci si difende.
In conclusione, la conferenza di Marchesini è stata utile per il ragazzino innamorato così come l'adulto "abituato" da anni di matrimonio. Ognuno ha trovato semplici e facili idee che dischiudono una verità chiara ed inconfondibile, valida per qualsiasi tempo e qualsiasi luogo dell'umano, ma che forse oggi siamo chiamati a riscoprire, rivivere e, quindi, testimoniare.

RIASSUNTO (2)  Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia
Il matrimonio non funziona come un'azienda, dove se sono più le uscite delle entrate si rischia il fallimento; nel matrimonio si deve continuare a donare all'altro anche quando non si riceve più

 

Parlare di matrimonio oggi, in una società edonista in cui facciamo solo ciò che ci dà piacere e si butta tutto ciò che invece ci infastidisce ed impedisce la nostra felicità, non è facile. E non è facile farlo nei termini in cui lo fa Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, esperto di problemi e tematiche familiari, ospitato venerdì 3 marzo per la terza volta dal Centro Culturale Amici del Timone di Staggia Senese.
Egli scardina senza indugio la visione del matrimonio che dagli anni '70 in poi si è andata diffondendo, soprattutto grazie ai Media, secondo la quale ci si sposa per essere felici e l'altro è lo strumento della nostra felicità. Purtroppo nella realtà dei fatti possiamo constatare che davvero non funziona in questo modo. Questo fomenta soltanto la nostra insoddisfazione perché l'altro non potrà mai soddisfare tutti i nostri bisogni e viceversa. Al contrario di quanto siamo soliti pensare le coppie non si lasciano perché litigano troppo, anzi il 70% delle coppie che si lascia in realtà non litiga.
Si lasciano perché si sono sposate per il motivo sbagliato, alla ricerca di questa felicità.
Il motivo che dovrebbe spingere i giovani a sposarsi è per prendersi cura dell'altro e ricercare la sua felicità anziché la propria. Il matrimonio non dovrebbe essere il culmine dell'innamoramento bensì l'inizio dell'amore, cioè di quella decisione presa con tutta la volontà di amare e quindi sacrificarsi per l'altro. Pensare a noi stessi e ai nostri bisogni non ci rende felici, basti pensare a quanti hanno soldi, successo, carriera ma arrivano a suicidarsi. Non è soltanto il pensiero cattolico a dirlo ma anche filosofi illustri del passato come Aristotele, Platone, Kierkegaard hanno sempre sostenuto che senza l'apertura verso l'altro l'uomo non potrà mai essere felice.
Nella formula che pronunciamo quando celebriamo il matrimonio in chiesa, promettiamo di essere fedeli all'altro sempre, “nella gioia e nel dolore”, cioè non solo quando l'altro sta male ma quando siamo noi in prima persona a stare male e di “amarlo e onorarlo tutti i giorni della mia vita”. Quella che pronunciamo è una promessa solenne, è un impegno grande che ci assumiamo di portare avanti fino alla morte, per sempre. La Chiesa Cattolica ha chiamato il matrimonio sacramento, perché il Sacramentum era il giuramento di fedeltà che facevano i gladiatori allo stato romano. Il matrimonio è questo giuramento che ci permette di dare uno scopo bello e alto alla nostra vita, per non restare chiusi in noi stessi e nella nostra mediocrità. Che lo ammettiamo o no, tutti abbiamo bisogno di obiettivi e sentiamo che c'è una grandezza e una bellezza in questi obiettivi alti che ci attrae. Prendersi cura dell'altro dimenticando noi stessi è un'impresa epica ma è il vero significato dell'amore, come ci ha dimostrato chiaramente Gesù Cristo donando tutto se stesso sulla croce per noi. Dopo questa bella e doverosa premessa, Marchesini, da buon psicoterapeuta ci ha dato anche dei consigli più “spiccioli” e concreti, per cercare di rendere l'aria all'interno della coppia più serena. Innanzitutto, dobbiamo prendere atto delle differenze che sono presenti fra uomo e donna e, con umiltà, accettarle, mentre egoisticamente ci verrebbe voglia di cercare di cambiare l'altro.
Ad esempio, l'uomo è più silenzioso della donna, la quale invece ha più bisogno di parlare. E' inutile stressare un uomo in silenzio pensando che abbia qualche problema, perché in realtà si sta solo rilassando. Così come è inutile chiedere ad una donna di tacere quando ha bisogno di sfogarsi; l'uomo dovrà solo capire che in quel caso non deve trovare alcuna soluzione ma solo ascoltare.
E' tutta questione di imparare a parlare il “linguaggio” dell'altro. Altro consiglio molto utile per affrontare una discussione è quello di chiedersi “Che cosa posso fare io per migliorare la situazione?”, perché puntando continuamente il dito verso l'altro non si fa che alimentare un litigio che non terminerà mai; a volte il coniuge ci rimprovera di aver eseguito male qualche lavoro; chiediamogli con calma dove abbiamo fatto male e ringraziamolo per la correzione, aggiungendo che noi abbiamo fatto del nostro meglio. La nostra mitezza smorzerà il furore, i toni si distenderanno ed impareremo anche a comunicare in modo più proficuo. La miglior difesa, ha spiegato Marchesini, è non difenderci affatto, perché l'altro non è un nostro nemico, bensì l'unico vero amico che abbiamo, il compagno di vita che sarà sempre accanto a noi, quando persino i figli che avranno spiccato il volo nel mondo, non ci saranno. Dire le cose chiaramente e chiedere ciò di cui abbiamo bisogno è un esercizio che soprattutto noi donne dobbiamo fare senza aspettare che il marito intuisca, perché molto difficilmente lo farà. Infine un consiglio anche per quelle situazioni in cui un attaccamento troppo morboso di uno dei due coniugi con la mamma rischia di rovinare il matrimonio: arrabbiarsi e tentare di interrompere questo legame otterrà esattamente l'effetto contrario a quello sperato, cioè un'alleanza fra mamma e figlio/a contro di noi. Molto meglio impegnarsi per renderci più desiderabili e amabili della mamma, lasciando libero il coniuge di scegliere e trattandolo così da adulto; piano piano egli capirà che è molto meglio amare e dedicare del tempo a chi ci ama trattandoci in modo maturo che non a colei che ancora ci tratta in modo infantile.
Il matrimonio, ha poi concluso Marchesini, è un'uscita verso il fuori e non funziona come un'azienda, dove se sono più le uscite delle entrate si rischia il fallimento. Si deve continuare a donare all'altro anche quando non si riceve più. Ciononostante, sarà più facile ricevere se avremo lasciato libero l'altro di riempire il proprio “bicchiere”, dal quale egli attingere l'energia per donarsi a noi. Gli uomini hanno bisogno di sport e amicizie maschili mentre le donne di cura di sé e di amicizie femminili; entrambi poi necessitano di interessi e spiritualità.
Impegnarsi per riuscire in questa meravigliosa sfida significa realizzarci in modo autentico perché avremo realizzato la nostra vocazione; e con l'aiuto di Dio, dato che questa è la sua volontà su di noi, il successo è garantito.

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